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Industria: o si cambia o è la fine - Il Tirreno Cecina domenica 7 novembre

 

 
Il professor Paoli analizza lo scenario rosignanese  
 
 
AL.BE.  

 ROSIGNANO. Quale il futuro industriale per Rosignano. Questo il tema sviluppato dal professor Massimo Paoli, docente ordinario di economia all’università di Perugia, in un incontro organizzato a Solvay dal Cambio. Un quadro economico dalle tinte fosche quello dipinto da Paoli descrivendo il futuro di Rosignano, se non viene rinnovato o sostituito il vecchio sistema industriale cambiandone tipologia.
 La chiave di volta è attrarre nuovi investimenti che puntino sulla conoscenza e la tecnologia. All’economista non piace parlare di cultura post-industriale perché, come tiene a precisare sin da subito per non lasciare dubbi ai tanti presenti, «i modelli di sviluppo senza il pilastro industriale sono dipendenti da altri settori». Il pilastro industriale dunque come sistema di ridistribuzione di ricchezza, come garanzia di benessere nel medio periodo. Un sistema economico completo non può fare a meno dell’industria «perché - spiega Paoli - i sistemi basati solo sul terziario sono condizionati dalla domanda, volubile e influenzata dalla moda, nonché dipendenti dagli accadimenti mondiali. Senza il pilastro dell’industria alla quale sono collegati i servizi non regge una impalcatura demografica e, dunque, l’ultimo passaggio è l’emigrazione».
 Tutto bene allora per Rosignano? Non è così per Paoli, anzi: «quest’area è vicina al punto di non ritorno; qui da trent’anni si vive il declino industriale. Dopo essere caduti nelle mani del turismo, dopo aver perso i servizi, l’ultima cosa che rimane è che quest’area corra il rischio di sviluppare un meccanismo tragico di impoverimento culturale, sociale e lavorativo. Questi i rischi senza un modello completo di sviluppo. A Rosignano un giovane che voglia operare nel marketing deve emigrare a Milano, così per un ingegnere elettronico».
 Ed allora qual è al ricetta per non basarsi solo in una economia fatta da camerieri, ristoratori o bagnini?. «Su questo territorio abbiamo un esempio di industria diseducativo perché la Solvay che ha dato tanto nel passato, ha tolto il triplo rispetto a quello che ha dato e da oggi in poi non darà più nulla. Solvay è qui per la vicinanza alle materie prime ma non offre occupazione, va avanti con un tipo di sistema a ciclo integrato». Come uscire da questa crisi? La ricetta secondo il professor Paoli è rinnovare: «sostituire il vecchio sistema industriale così come hanno fatto in Gran Bretagna dove, in un solo giorno furono chiuse le industrie siderurgiche e dove si è puntato sulla micro elettronica e sulle micro fabbricazioni che oggi stanno dando così tanto lavoro». Attrarre investimenti, promuovere uno studio serio, sopra le parti con agenzie europee qualificate «coinvolgendo la stessa Solvay alla quale chiedere aiuto per cambiare la tipologia industriale perché altrimenti prima o poi questo territorio rimarrà senza industria».
 Dalla sala, con molti partecipanti, tra cui componenti del Cambio ma anche tanti consiglieri del Pd, dell’Idv, del Pdl nonché alcuni rappresentanti del Comitato contro il rigassificatore, non potevano mancare domande sul progetto terminal gas: «nel 2011 avremo in Italia 140 miliardi di metri cubi di gas e ne consumiamo 80 - ha detto Paoli - ma a che serve? Affogheremo nel gas». Ecco allora l’importanza di pensare a nuovi investimenti attraverso piani industriali: «il presidente della Regione sa bene cosa voglia dire investire nella nuova industria».


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