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Discarica, c'è una frana Il comitato: area dissestata autorizzazione da revocare - Il Tirreno Livorno sabato 6 novembre 2010
I residenti del Limoncino aprono un nuovo fronte L’assessore Nista però conferma: il progetto è ok
Uno smottamento avvenuto a maggio offre un nuovo argomento alla protesta
JUNA GOTI
LIVORNO. Il comitato del Limoncino ha chiesto alla Provincia di «sospendere l’autorizzazione concessa ai proprietari della futura discarica in attesa di conoscere l’esito degli accertamenti in corso sia da parte di organi tecnici e politici, che della magistratura». Ma l’assessore Nicola Nista non ha usato troppi giri di parole: «Non voglio creare aspettative sbagliate. Da parte nostra c’è disponibilità a migliorare il progetto: ma non esistono nuovi elementi, oggettivi e documentati, che giustifichino la messa in discussione del provvedimento».
Frase ripetuta anche dall’architetto Reginaldo Serra, che ha messo la firma su tutta la documentazione: «Solo eventuali nuovi elementi saranno presi in esame». Ma uno, forse, è saltato fuori proprio nel corso della terza commissione della Provincia che ieri ha visto la partecipazione di consiglieri, tecnici (anche di parte), rappresentanti del comitato, vertici di Arpat. A maggio la società Bellabarba ha informato la protezione civile di uno smottamento che si è verificato a margine dell’area di cava, lungo uno dei versanti del Monte La Poggia. Un semplice «dissesto dovuto alle piogge e già oggetto di un progetto di messa in sicurezza», secondo i tecnici della Provincia; un «segnale della fragilità idrogeologica dell’area, peraltro sottoposta a vincolo» secondo il geologo Andrea Pozzolini, incaricato dagli abitanti. Sta di fatto che la competenza in materia idrogeologica non spetta alla Provincia, bensì al Comune che nel 2009 ha rilasciato la relativa autorizzazione. Morale della favola: la prossima settimana, come comunicato dall’avvocato Patrizio Rossi, gli abitanti dovranno bussare di nuovo al Comune per «presentare all’ufficio competente un’istanza di revoca dell’autorizzazione concessa ai fini del vincolo idrogeologico».
In 14 punti i vertici della Provincia hanno cercato di rispondere all’esposto presentato dal comitato proprio a Palazzo Granducale lo scorso mese. Un «cahier de doleances», come lo chiama la portavoce Rosaria Scaffidi, in cui compaiono domande sulla natura della strada che porta all’impianto, le tipologie di rifiuti ammessi, la presenza o meno di falde acquifere. «Le sorgenti erano già state compromesse dalla precedente attività di cava - scrivono i tecnici - State giocando sulla parola “falda” - controbatte Pozzolini - c’è una circolazione idrica sotto alla superficie che non può essere ignorata o semplicemente deviata». Per la prima volta, dopo avere letto le osservazioni presentate in fase istruttoria, i rappresentanti del comitato hanno potuto sentire la voce dei responsabili di Arpat. Fabrizio Righini, dopo avere sottolineato che «la programmazione non spetta a noi e il nostro parere non è vincolante», dichiara che «gran parte dei dubbi presentati da Arpat sono stati accolti nel corso delle conferenze dei servizi: dal progetto originario, ad esempio, sono stati tolti rifiuti pulverulenti e altri inorganici pericolosi».
Alla fine la commissione (tutta, maggioranza e opposizioni) ha chiesto di acquisire la documentazione presentata dal comitato: in particolare gli atti relativi alla strada che porta all’impianto. «Oggi - attacca Scaffidi - dicono che è a uso pubblico, ma dal ’90 ci è stato sempre scritto che avremmo dovuto cavarcela da soli perché è privata».
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