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«Meno Stato, più impresa: il padrone non è il nemico - La Nazione Livorno domenica 4 luglio

 


Monsignor Giusti e la crisi economica: «Eni ed ex Delphi casi risolti ma resta il calo
 
 di MONICA DOLCIOTTI
— LIVORNO —
MONSIGNOR Simone Giusti, pisano di Cascine di Buti, ha preso possesso della Diocesi il 2 dicembre 2007. Classe 1955, laureato in architettura ed iscritto all’Ordine degli Architetti, ama disegnare e progettare non solo edifici, ma anche la sua azione pastorale in un ambiente, diciamo così, molto particolare. Per usare le sue parole: «Ai livornesi più che la preparazione teologica piace la carica umana che i sacerdoti riescono a trasmettere. Ed è su questo elemento che ho ridisegnato e sto riorganizzando la Diocesi».
Livorno vive una forte emergenza sociale. Che ne dice?
«L’anno scorso c’erano le emergenze Eni ed ex Delphi. Ora la vertenza raffineria sembra ridimensionata perché Eni non intende chiudere e tanto meno vendere perché produce a Livorno oli che hanno mercato specie nei paesi mediorientali e orientali. Ho parlato ad aprile col direttore dello stabilimento e mi ha sottolineato queste prospettive positive. E per gli ex Delphi grazie al progetto di Rossignolo ci sono buone speranze. Tutto ciò ha contribuito a far calare la tensione. Però restano elementi di una crisi diffusa che interessa piccole realtà: dal bar al ristorante fino ai negozi dove si perde forza lavoro. Dunque le ricadute sociali della crisi ora colpiscono il terziario. Non mi pare che le istituzioni locali sottovalutino il problema. Mi piacerebe allora veder nascere idee frutto della collaborazione tra Confindustria, associazioni del commercio e sindacati per creare opportunità di lavoro. Manca però a Livorno la cultura dell’impresa. Siamo ancora legati alla mentalità delle partecipazioni statali. Invece tutti si devono convincere che l’imprenditore fa del bene, non è solo colui che sfrutta i lavoratori. La Chiesa si sforza così di promuovere l’imprenditoria sociale dove il profitto non è l’unico obiettivo. Livorno non è immune dalla deriva dei valori e dal forte disagio che attraversa la società».
La Chiesa cosa fa per invertire la rotta?
«Stiamo cercando di fare questo con un progetto culturale. Si è formato un gruppo di intellettuali diviso in commissioni: politica economica, educazione e filosofia, ecc. Poi incontri con l’Asl per il nuovo ospedale e con Comune e Provincia sul modello di sviluppo economico. Stiamo cioè lavorando per individuare nuovi parametri per progettare la Livorno del XXI secolo. Affinché diventi una città ideale. Uno sviluppo urbanistico ed economico al centro del quale ci siano persone che abbiano da vivere e che siano contente. Ma il quadro attuale è composto da persone che hanno da vivere ma non sono contente perché tutto rimane legato all’aumento del benessere fine a se stesso in una realtà di carenza degli affetti».
E allora come fare?
«Con uno sviluppo compatibile e sostenibile. Occorre educare a quel che conta davvero e puntare ad una nuova organizzazione del lavoro come avviene già a San Giovanni Valdarno. Parlo del modello dell’economia di comunione elaborato alla Bocconi per il quale vale il principio che siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo remare insieme creando le basi per la compartecipazione di operai e datori di lavoro. Ma servono relazioni sindacali più moderne. Si tratta insomma di una forma di economia solidale in cui gli stipendi magari sono meno alti, ma tutti lavorano, al di là della logica della contrapposizione. Come avviene anche in Brasile».
Passiamo alle parrocchie. Non tutte stanno perdendo fedeli. La Sette Santi, ad esempio, è in un momento positivo.
«Alla Sette Santi serve una chiesa nuova perché ha avuto un incremento di fedeli a dispetto di altre. Il segreto di questo “successo”, se così lo vogliamo chiamare, sta nel fatto che le parrocchie hanno più presa sulla gente se al loro interno si pratica la pastorale dell’incontro. Anche a Leccia e Salviano si moltiplicano le iniziative di incontro».
L’allontanamento dalla vita parrocchiale può avere relazione con la vicenda della pedofilia che sta emergendo nel mondo?
«No. La pedofilia a Livorno, per guardare in casa nostra, non esiste. I casi in Italia sono rarissimi e quelli che emergono sono datati. La Chiesa italiana a differenza delle altre ha sempre vigilato sulla disciplina del clero, mentre nel mondo anglosassone ci si è legati di più alla mentalità corrente protestante. Dunque se i livornesi non vanno a messa è perché gli garba lo scoglio. Ma al di là della battuta, sui livornesi fa presa più l’umanità che l’autorità. Se il sacerdote sa intessere le sue relazioni, allora il livornese arriva».
Nelle scuole cattoliche c’è una impennata di iscrizioni. Raccolgono alunni in fuga dalla scuola pubblica?
«Se ci fosse una vera libertà di educazione e se il cittadino potesse spendere come vuole la quota di tasse destinata all’istruzione, potrebbero aprire più scuole cattoliche. A Livorno c’è tuttavia un grande legame. C’è chi come ai Salesiani ha fatto la fila per iscrivere i bimbi alla Maria Ausiliatrice (materna elementare). Promuoviamo la libertà di educazione. C’è ancora troppo statalismo nell’istruzione».


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