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«Bisogna creare nuovi imprenditori» - Il Tirreno Primo piano lunedì 5 luglio

 


Pieroni: cerchiamo di dare nozioni di economia e gestione  
 
A Pisa due esempi positivi: abbiamo formato fantini e figure per la nautica. Necessario ascoltare le aziende  
 
 
 FARE meglio si può, anche se la missione affidata alla formazione professionale non è facile. Andrea Pieroni, presidente della Provincia di Pisa, accetta la sfida per migliorare il sistema formativo: le Province, a cui è delegata l’attività, stanno elaborando delle idee da discutere con la Regione.
 A vedere certi corsi formativi si resta sbalorditi. Ci sono troppi corsi bizzarri o inutili ai fini di un inserimento nel mondo del lavoro. Non le pare?
 «Tenuto conto della fase di profonda e prolungata crisi economica che stiamo attraversando, occorre che gli strumenti della formazione professionale siano utilizzati in maniera ancor più selettiva. Questo anche a causa della ridotta disponibilità delle risorse, visto che una parte dei finanziamenti sono stati dirottati per sostenere gli ammortizzatori sociali, per ampliare o rifinanziare la cassa integrazione in deroga, quella straordinaria e la mobilità. Questo significa che se in passato può esserci stata una maggiore disponibilità ad accogliere certe proposte avanzate dalle agenzie formative, adesso occorre rivedere questo atteggiamento. Nel mondo della formazione professionale ci sono anche molte cose positive, ne cito due che conosco direttamente perché organizzate nella mia provincia ma che certo non sono le sole. Abbiamo realizzato dei corsi rivolti alla cantieristica e alla nautica in generale che hanno dato risultati ottimi; un altro caso positivo riguarda le iniziative per formare fantini o altre figure destinate alle aziende che operano nel settore dell’ippica e anche in questo caso i risultati sono stati lusinghieri. Le Province cercano di lavorare sulla base delle indicazioni delle aziende e delle associazioni di categoria».
 Il sistema della formazione, così com’è congegnato, risponde tempestivamente alle esigenze del mercato del lavoro?
 «Da tempo, cerchiamo di lavorare soprattutto con i voucher, che sono dei buoni individuali che gli interessati spendono per costruirsi una formazione professionale fatta su misura e sulla base delle proprie aspirazioni».
 La formazione sforna aspiranti dipendenti per un mercato del lavoro che ne richiede sempre meno. Che cosa intendete fare?
 «Occorre spingere sul tema dell’autoimprenditorialità. In un quadro nel quale il lavoro cambia in maniera significativa, ciascuno deve essere sempre più imprenditore di se stesso, per mettere a frutto occasioni, opportunità, inclinazioni. Il percorso, però, non è facile, perché per creare nuove leve di imprenditori non basta insegnare un mestiere, ma bisogna anche dare nozioni di carattere economico e gestionale. Occorre poi anche fornire gli strumenti per poter creare nuove imprese, a cominciare dall’accesso al credito».
C.B.  

T’insegno a costruire capanne...  
 
Patchwork, scrittura creativa: molti corsi bizzarri che non aiutano a trovare lavoro  
 
 
 
C’è un fondo europeo per i finanziamenti ma è assurda la modalità dei rimborsi spese. E allora c’è chi gonfia le fatture  
 
CARLO BARTOLI
 

C’è una scheggia di economia sovietica che si aggira per l’Europa: è il sistema della formazione professionale finanziato attraverso il Fse, il fondo europeo di sviluppo. Dietro alle storture e alle inefficienze del sistema della formazione professionale che si registrano anche in Toscana c’è una filosofia bizzarra che contribuisce a rendere poco efficace la gigantesca mole di finanziamenti (665 milioni in sette anni) che l’Ue distribuisce alla Toscana.
 Le agenzie formative che vogliono organizzare corsi utilizzando i soldi del Fse sono infatti sottoposte a un singolare divieto: non possono guadagnare.
 Un po’ come dire che la Fiat per godere degli incentivi sulla rottamazione deve vendere le auto al puro prezzo di costo, senza guadagnarci un euro. Non solo, se le agenzie vanno in pareggio devono festeggiare, perché basta commettere un errore nella formazione del budget, è sufficiente una svista nella giustificazione delle spese per rimetterci dei soldi, senza contare il fatto che queste aziende devono accollarsi anche i costi degli oneri finanziari.
 «Per non parlare poi - racconta Ferruccio, un ex formatore che ha cambiato mestiere - del sistema assurdo con il quale vengono riconosciuti i rimborsi per le spese vive. Telefono, riscaldamento, luce e uso locali vengono rimborsati, ma solo pro quota. Ad esempio, se utilizzo i locali per due ore al giorno per realizzare un corso del Fse potrò richiedere il rimborso dell’affitto strettamente in proporzione al tempo utilizzato e per la superficie utilizzata. Lo stesso vale per il riscaldamento e la luce, mentre per le spese telefoniche bisogna produrre tutti i tabulati. La gestione della rendicontazione è così complessa che tante agenzie rinunciano a farla e cercano di recuperare i soldi perduti con altri metodi».
 In questa piccola enclave di economia pianificata nella quale l’utile è un sacrilegio, può accadere che delle agenzie formative gonfino alcune voci di spesa.
 «Il sistema più semplice - aggiunge Ferruccio - è quello di intervenire sul materiale didattico che viene sovrafatturato. In cambio, il fornitore offre dei buoni da spendere per altri motivi. L’altra via riguarda le time card, ossia lo strumento con il quale i professionisti autocertificano il tempo impegnato per svolgere l’attività amministrativa e di coordinamento. Le time card sono la cosa più falsa di questo mondo, dato che di fatto vengono compilate a posteriori e servono a costituire un margine di guadagno per chi lavora e a tenere in piedi l’agenzia».
 E’ proprio l’euroburocratismo a produrre un effetto negativo sulla formazione: «Per acquisire un maggior punteggio - commenta Ferruccio - si riserva il 50 per cento dei partecipanti alle donne, ma è una stupidaggine farlo quando si organizzano corsi di formazione palesemente inadatti, cone ad esempio per sfornare saldatori o manovali».
 Ma questo è il meno, spesso le Province arrivano alla fine del semestre senza aver speso la quota assegnata e quindi corrono il rischio di perdere dei soldi e di vedersi ridurre i finanziamenti: per questo, vengono accettati corsi privi di senso. Chi potrà mai trovare lavoro seguendo un corso per fare patchwork, oppure per scrittura creativa, per cinofilia o ancora per imparare a costruire capanne di bambù sul lago di Massaciuccoli? In un periodo nel quale la disoccupazione sale alle stelle, certe bizzarrie del «long life learning» non fanno neppure sorridere.
 Del resto, se ci si chiede a chi serva la formazione professionale la risposta è che solo il 40 per cento dei fondi viene speso per disoccupati o persone in cerca di prima occupazione. Oltretutto, i corsi di qualifica, che danno un inserimento abbastanza certo nel mondo del lavoro, sono quasi ovunque completamente a pagamento, anche se a utilizzarli sono proprio disoccupati o persone in cerca di prima occupazione.
 Secondo i dati di Un.a, un’associazione che raggruppa le agenzie formative private, in Toscana i corsi di qualifica vengono sostenuti con fondi pubblici a Grosseto e Lucca, mentre a Livorno, Pisa e Firenze sono a pagamento. Lo stesso accade per i corsi obbligatori per legge (sicurezza, primo soccorso, antincendio, manipolazione alimentari), il cui costo può essere un problema per piccole e piccolissime aziende in difficoltà. In questo caso, sempre secondo i dati raccolti da Un.a, la gratuità c’è a Lucca, mentre a Grosseto, Livorno, Pisa e Firenze il costo è a carico dei frequentatori.
 
LE AGENZIE PRIVATE  
 
No agli appalti che alterano la concorrenza  
 
 
 C’E’ POCO MERCATO nel mondo della formazione. A criticare la scarsa concorrenza (nonostante l’elevato numero di aziende) è Un.a., un’associazione che raccoglie le agenzie formative private. Giampaolo Chirivi, Paolo Bruschi e Lucia Sprugnoli, rispettivamente presidente, vicepresidente e segretaria dell’associazione, puntano l’indice sulle commissioni tripartite, ossia su quegli organismi che pianificano gli interventi da effettuare nelle singole province.
 Nelle tripartite, infatti, oltre ai rappresentanti delle Province, ci sono i rappresentanti di sindacati e associazioni di categoria, ossia degli enti che promuovono agenzie formative. «Anche il solo fatto di sapere in anticipo gli orientamenti - spiegano Chirivi, Bruschi e Sprugnoli - è un evidente vantaggio».
 In secondo luogo, le agenzie private contestano il sistema degli appalti che viene visto come un sistema per alterare la libera concorrenza, indirizzandola a favore delle agenzie che sono emanazione di sindacati e associazioni di categoria.
 Forte è la polemica nei confronti dei Centri di formazione territoriali, che, secondo Un.a., rappresentano l’applicazione “scientifica” di questo metodo che dalla Provincia di Firenze qualcuno vorrebbe esportare anche nel resto della Regione. In pratica, la cordata di agenzie che vince l’appalto in un territorio ha il monopolio della formazione non a pagamento per due anni, «mentre - sostengono Chirivi, Bruschi e Sprugnoli - i cittadini hanno il diritto di utilizzare i voucher nelle agenzie formative che offrono le opportunità migliori». (c.b.)


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