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Stritolato da tonnellate d'acciaio - Il Tirreno Primo piano
Il carico non era in sicurezza e ha travolto il camionista
E’ il secondo morto in pochi giorni. Tutto in un attimo: sotto choc il carrellista coinvolto nell’incidente
LARA LORETI
LIVORNO. Un corpo diviso in due. Spezzato da un tubo d’acciaio lungo 16 metri e pesante tre tonnellate. Francesco Ratti, 46 anni, ieri mattina stava lavorando nel porto di Livorno, sulla banchina del Varco Galvani. Un altro lavoratore, Giuseppe Antioco, 37 anni, manovrava un carrello per scaricare la merce. Ma il carico non era stato messo in sicurezza.
Ratti è morto così, in un soffio. Travolto da uno dei tubi che è scivolato dal camion della ditta Federtrans di Castellammare di Stabia (Napoli), di cui era dipendente. Forse non si è neanche reso conto di quello che è successo. Non ne ha avuto il tempo. Fare in fretta, accelerare al massimo, sbrigarsi per poter fare un altro carico. La logica del camionista, sempre sotto pressione. Guadagnare tempo e ripartire. E magari tornare un po’ prima a casa, alla Spezia, dalla figlia, nell’appartamento accanto al padre, che stava restaurando.
Niente di tutto ciò. Il trasportatore è morto ieri alle 11 in porto, mentre la pioggia imperversava sulla città. Ma l’acqua continua non è bastata a lavare il dolore che negli ultimi tre giorni ha violentato Livorno: martedì un operaio albanese, padre di famiglia di 38 anni, aveva fatto la stessa fine, annegato sul lavoro nelle acque del bacino galleggiante, dove stavano riparando una nave.
Due morti bianche che hanno insanguinato il porto labronico, i cui lavoratori, ieri, ancora una volta, si sono fermati per lutto e protesta.
Ratti era un camionista esperto. Eppure il suo bagaglio di conoscenze non è bastato a salvargli la vita. Le misure di sicurezza, previste dalla legge, che avrebbero dovuto tutelarlo e permettergli di operare serenamente, sono state violate. Lo ha detto ieri il magistrato di turno Antonio Giaconi, intervenuto sul luogo dell’infortunio. «Il carico era pericoloso e insicuro», ha detto il pm, numero due della Procura livornese. I tubi non erano fissati. Avrebbero dovuto essere legati con delle fascette, ma non lo erano. A metterli in sicurezza, tenuti da un apposito nastro, ci hanno pensato dopo i vigili del fuoco. Quando ormai era troppo tardi. Un’operazione che di solito fa il carrellista.
Ratti arriva presto in porto per scaricare 14 tonnellate di tubi - destinati alla costruzione di un oleodotto - da imbarcare su una nave diretta in Nigeria e in partenza fra due-tre giorni. Una commessa gestita dalla ditta livornese di terminal operation Lorenzini, da trent’anni attiva in porto. A manovrare il fork lift c’è il carrellista Giuseppe Antioco, originario di Palermo, ma da anni residente a Collesalvetti, da circa un anno dipendente della Lorenzini. «Un manovratore bravo ed esperto», così lo descrivono i colleghi. Antioco comincia a caricare i tubi sul carrello per poi scaricarli in banchina. Sono di due dimensioni: i più pesanti vengono posizionati sulla pedana, che è la parte più bassa del carrello; quelli più leggeri invece vengono adagiati sui bracci superiori, dotati di zeppe che funzionano come freno, per evitare che i tubi cadano. Tuttavia, nella fase di carico, evidentemente qualcosa non funziona.
I tubi sono pesantissimi, la loro conformazione li porta a rotolare via e, in più, ci si mette anche la pioggia a rendere tutto più difficile. Uno dei tubi, forse uno di quelli posizionati più in basso, si sbilancia. È un attimo.
Un attimo maledetto. Lo stesso in cui Ratti non si trova a bordo del camion, come dovrebbe essere, ma a terra, in corrispondenza della sponda destra del mezzo. Non è chiaro cosa stia facendo, forse sta chiudendo le sponde del Tir per anticiparsi o forse vuol controllare che tutto sia a posto.
Fatto sta che quel tubo lo investe come un ciclone di morte, colpendolo all’addome. Sarà la gru dei pompieri, dopo i rilievi della polmare e dell’Asl, durati quattro ore, a rimuovere quel gigante malefico dal corpo del camionista.
Sotto choc il carrellista: un’immagine agghiacciante davanti ai suoi occhi. Si sente male, i soccorritori della Misericordia lo portano in ospedale, dove poi viene interrogato dagli investigatori della polmare. Gli investigatori sono al lavoro per individuare le eventuali responsabilità. Accertamenti anche sulla Lorenzini: ieri gli inquirenti hanno ascoltato il responsabile e acquisito documenti sul carico.
Per Marco Masi, dirigente della Regione, i più a rischio sono i «padroncini»
Crisi, subappalto selvaggio: ecco i risultati
La difficile situazione economica ha moltiplicato dipendenti al nero, orari prolungati e autosfruttamento
MARIO LANCISI
FIRENZE. Mentre Livorno piange una nuova morte bianca - la quindicesima in un anno senza contare quelli che muoiono nel recarsi sul posto di lavoro - ci si interroga su come è possibile far fronte a quella che è diventata una propria «guerra». Sotto accusa il subappalto.
«Ormai si lavora spesso in situazioni di autosfruttamento: orari prolungati, dipendenti spesso al nero, commesse di lavoro prese ad un eccessivo ribasso. Si registra un aumento di morti tra i padroncini, il lavoro autonomo...», denuncia Marco Masi, responsabile della Regione Toscana per il settore sviluppo e tutela nel lavoro.
Lo informiamo della morte a Livorno di Francesco Ratti mentre sbarca dall’aereo. «Ancora un altro morto, ma questa è una guerra...». Sì, un altro morto: il quindicesimo, in un anno (dal giugno del 2009 ad oggi).
Lavoratori affogati, schiacciati, volati dal tetto. Lo abbiamo raccontato ieri, una pagina di storie e di denunce. Come quella di Tommaso De Nicola, vicedirettore regionale dell’Inail: «Non abbiamo ispettori sufficienti per effettuare efficaci controlli», ha denunciato.
Oggi torniamo a chiederci perché. Perché, Masi?
«La crisi economica ha acuito il fenomeno delle morti bianche. Soprattutto nel lavoro autonomo».
Su quindici morti, tre erano «padroncini».
«Purtroppo sì. Muoiono soprattutto dipendenti che lavorano in proprio nell’ultima filiera del subappalto, dove ci sono situazioni di forte illegalità».
In che senso?
«C’è chi pur di lavorare lo fa senza avere alcun addestramento alla sicurezza e in condizioni spesso in nero. Si lavora in condizioni economiche di forte sottocosto che innesta processi di autosfruttamento».
Tutta colpa della crisi?
«No, però la crisi economica ha costretto molte aziende a favorire i lavoratori a mettersi in proprio, ad aprire una partita Iva, per abbassare il costo della madopera. C’è troppa pressione fiscale sul lavoro. Per aggirare questa pressione conviene all’azienda e al lavoratore mettersi in proprio».
Quali sono i settori in cui il peso del subappalto si sente di più?
«Nei porti, nei cantieri edili, nel terziario e nell’agricoltura».
Che fare?
«La strada è quella della qualificazione. Occorre formare i lavoratori alla sicurezza e alla prevenzione contro gli infortuni. Si muore spesso per incuria, non attenzione alle norme, per leggerezza. E invece...».
Cosa impedisce una campagna di formazione?
«Il problema è che chi lavora nel subappalto spesso non viene intercettato. Sono lavoratori che si muovono in una zona grigia di illegalità. Uno si iscrive alla Camera di commercio e si mette a fare il muratore, mica prima va a fare i corsi di formazione. Prende la cazzuola e lavora».
Formazione, ma c’è chi si sottrae. E allora?
«Altro aspetto è quello di una riforma del subappalto. Noi in Toscana ci avevamo provato, ma poi governo e Corte Costituzionale hanno avanzato obiezioni. Infine credo anche che sia necessario cambiare mentalità: non si possono pretendere ribassi esagerati. La manodopera costa».
Operaio annegato sono otto gli indagati
LIVORNO. Per ora dovrebbero essere otto gli iscritti nel registro degli indagati per la tragica fine di Dashnor Qalliaj, l’operaio albanese di 38 anni morto martedì al bacino galleggiante del cantiere di Livorno. Qalliaj era precipitato in acqua e annegato, tirato sul fondo dalla tuta. Non sapeva nuotare. Non ci sono testimoni oculari della disgrazia.
Indagati sarebbero i vertici delle aziende coinvolte nell’area dove l’operaio stava lavorando.
Al vaglio degli inquirenti potrebbero esserci i rappresentanti di Azimut-Benetti, che ha in concessione temporanea il bacino, Amico Luigi, la ditta di Genova che gestiva la riparazione della nave su cui lavorava in quel momento la vittima, e Maris coop sociale di La Spezia, di cui Qalliaj era dipendente. Potrebbe essere nel mirino della magistratura anche la posizione dell’Autorità portuale labronica.
La banchina 78, che confina col bacino galleggiante e su cui l’albanese si trovava, ha dei problemi di sicurezza. Nel gennaio 2009, il bacino di carenaggio era stato sequestrato dalla magistratura: era stata sigillata anche l’area dove martedì è avvenuto l’incidente.
Poi era stata dissequestrata, a patto però che non ci si svolgesse alcuna attività lavorativa. Ciò nonostante, veniva usata regolarmente. Su questo aspetto si sta concentrando il pubblico ministero Giaconi, che conduce l’inchiesta.
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