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Torno nella mia Livorno - Il Tirreno Livorno

 


L’ammiraglio Pollastrini lascia il comando  
 
 
Leggo sui giornali ipotesi sul mio futuro, ma nessuno me ne ha mai parlato e io non ho l’ansia di nuovi incarichi  
 
ANDREA LAZZERI  
 

ROMA. Questa mattina Raimondo Pollastrini si sveglierà come d’abitudine poco dopo le sei, vestirà l’alta uniforme con le tre stellette e darà un’occhiata agli appunti del suo discorso di congedo. Non si sa se il polpaccio sarà ancora dolorante dopo la partita della sera prima con un gruppo di colleghi nel campetto di Fiumicino, vicino alla Capitaneria.
 Una gara giocata tutta di corsa, come sempre, sulla fascia sinistra, determinato a vincere incitando i compagni a fare gol. Perché all’ammiraglio Pollastrini, comandante generale delle capitanerie di porto, piace giungere al risultato e fare squadra nel lavoro come nel tempo libero.
 Così è stato anche nel giorno del suo compleanno, il 17 giugno, sessantacinque candeline spente con un soffio, decine di telefonate d’auguri, una colazione di lavoro, una cerimonia religiosa insieme a tutti gli uomini della Marina che hanno lavorato con lui nei tre anni di incarico romano, l’occasione per salutarli tutti.
 Questa mattina l’alto ufficiale passerà il comando al suo successore nel piazzale che guarda il mare di Fiumicino con i marinai schierati, le bandiere, la banda musicale e una lunga schiera di autorità a cominciare dal ministro Matteoli, i sottosegretari Gianni Letta, Scotti e Menia. Pronuncerà la formula di rito davanti al successore, l’ammiraglio ispettore capo Ferdinando Lolli. Quindi girerà i tacchi e tornerà nei ranghi. Così, verso mezzogiorno, Raimondo Pollastrini diventerà ammiraglio in ausiliaria, in poche parole un gentiluomo in pensione, dopo quarant’anni “orgoglioso, felice e appassionato della divisa e del lavoro”. Non traspaiono emozioni nel momento dell’addio, «non ora, fra un po’ forse» - ammette reticente per ricordare che fino all’ultimo «ho avuto molte cose da fare perché tutto andasse bene».
 Bilanci? «È ancora presto, si chiude una parentesi straordinaria, sono stato fortunato e di ciò non smetterò mai di ringraziare Dio». Ancora non sa cosa farà nella nuova fase della propria vita. Sicuramente riprenderà a insegnare diritto della navigazione all’Accademia navale e sicuramente tornerà nel bell’appartamento di piazza Attias, in quella Livorno che non ha mai lasciato col cuore: «Io sono dell’Ovosodo», ama ricordare. Questa è la sua città dalla quale è partito tanto tempo fa pensando però alla rotta del ritorno, come fanno i veri marinai e come fanno i livornesi doc. Per anni nel portafoglio ha infilato, piegato in quattro, il ritaglio di un articolo del Tirreno dove uno scrittore diceva: «Se ami il mare, le gabbionate, l’Ardenza, lo stadio, le corse dei cavalli...... allora sei un livornese». E quando la domenica il Livorno vinceva, nella sala mensa del comando romano comparivano come d’incanto una vecchia maglia di Lucarelli e il gagliardetto amaranto, una coreografia frutto della complicità di un piccolo e affiatato gruppo di tifosi livornesi in servizio nella Capitale.
 Nel suo ufficio del palazzone del ministero dei trasporti, seduto su una poltrona bianca, l’ammiraglio Pollastrini risponde quasi divertito a chi gli chiede cosa farà da lunedì: «Apro i giornali e leggo sul Tirreno e sul Piccolo le mie destinazioni future. Ma sono cose che apprendo dalla stampa, delle quali nessuno mi ha mi parlato e che non ho mai sollecitato». Breve pausa e chiosa: «Mi fanno piacere ma mi rendono anche prudente. Se qualcuno me lo chiederà vedremo. Non ho ansia di nuovi incarichi. Tra qualche giorno tornerò all’attività di docente».
 Il suo nome è stato fatto in relazione ai rinnovi degli incarichi delle autorità portuali di Trieste e di Livorno: in caso di impasse tra vari candidati e del gioco politico, Pollastrini appare a molti come una figura di statura istituzionale, non di parte. «Questi giudizi mi fanno piacere» commenta il diretto interessato e non aggiunge niente di più se non per ripetere che “il mio futuro è Livorno, una fase della mia vita si è chiusa e ora se ne apre un’altra. Mi meraviglio che tanti colleghi spesso finiscano per stabilirsi dove terminano il lavoro. Io torno a casa mia».
 Ma ora è il momento dei ricordi, brevi flash di una vita. Nei prossimi mesi si scoprirà se riempiranno anche un possibile curriculum. Come quando nel settembre del 1970, fresco di laurea in lettere entra in Accademia e poi lavora come ufficiale di complemento alla capitaneria di Livorno: «Erano anni pionieristici, il porto era in grande espansione, arrivavano le prime navi container». Non esisteva l’Autorità portuale ed era - di fatto - la Capitaneria che pensava al piano regolatore e disciplinava il lavoro sulle banchine». Passano gli anni, diventa ufficiale, va a Trieste («Città magnifica, con tratti simili a Livorno per quanto riguarda il legame col mare»). E poi a Savona a occuparsi di demanio, alla fine degli anni Settanta. Qualche anno dopo lo troviamo a Marina di Carrara, dove organizza un sistema di lavoro sui moli per snellire il traffico e accorciare i tempi di attesa in rada. Ma è sulla fine degli anni Ottanta, quando arrivano i decreti Prandini, che deve affrontare una delle prove di maggiore difficoltà: è a Livorno e il clima è piuttosto teso. «Affinai molto le mie doti diplomatiche», ricorda spiegando che «alcuni non avevano capito che i tempi erano cambiati definitivamente, il monopolio non era più possibile». Così Pollastrini finì a fare il commissario dell’azienda mezzi meccanici: «Italo Piccini - ricorda - dopo una prima fase di resistenza al cambiamento, dimostrò grandi doti di lungimiranza e trasformò la compagnia portuale in impresa gestendo un passaggio storico».
 In quei momenti ha mai pensato di mollare tutto e tornare all’insegnamento? «No, mai. Amo il mio lavoro e amo la mia città». Una dichiarazione d’intenti che condivide con la sua adorata moglie: «In questi anni è stato piacevole e divertente ritrovarci spesso in incontri ufficiali, a volte lei con la sua associazione, in altre occasioni accompagnandomi nelle missioni internazionali. Le sono grato per quanto ha fatto in tutto questo tempo per me».


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