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Il «Museo del porto» molla gli ormeggi sull'antico navicello - La Nazione Livorno 15 maggio

 

OPERAZIONE «IERI & OGGI» PARTE IL PRIMO RESTAURO: LAVORI DA 80MILA EURO  
 

 
 — LIVORNO —
IL PROMESSO Museo dei mestieri del porto, che la Port Authority intende realizzare nel suo capannone dietro all’attuale «Mercatino Americano» di via della Cinta Esterna, comincia dal restauro e lo spostamento dell’ultimo esemplare di navicello, oggi in fase di accentuato degrado su un piedistallo davanti alla stazione dei traghetti. Il restauro del navicello — che fu a sua volta recuperato dai Fossi, rimesso in sesto e piazzato sull’attuale sistemazione dall’allora presidente dell’Azienda Mezzi Meccanici Franco Cecchetti una decina di anni fa — è stato deciso dal presidente della Port Authority Roberto Piccini, con la delibera in comitato portuale del relativo onere.
L’INCARICO è stato affidato a Francesco Cabruzza, un esperto in materia che opera nel porto Mediceo, e che a suo tempo è stato autore del restauro artistico del «Leone di Caprera», la baleniera ancora oggi nel capannone del Mediceo di cui si è parlato in Italia e nel sud America. Franceso ha studiato un restauro completo, ricorrendo ove possibile a legnami dell’epoca e «salvando» dell’attuale navicello praticamente solo prua e poppa. Il restauro prevede che sia costruita con la Carpensalda una apposita insellatura di ferro, per imbrigliare quello che è ormai un relitto a spostarlo con le precauzioni del caso davanti al capannone nel futuro Museo. Qui sotto una tensiostruttura si procederà al restauro, che richiederà un anno di lavoro circa e una spesa (a preventivo) di circa 80 mila euro.
IL NAVICELLO, simbolo di una cultura del lavoro portuale che coinvolge l’intera fascia costiera toscana (il canale dei Navicelli ne vedeva transitare centinaia, con carichi pesanti da e per Pisa) sarà un pezzo forte del Museo che Piccini intende creare per la città: ma non l’unico. E’ già stata recuperata una delle prime gru semoventi del porto, una «Belotti» a braccio mobile che ha ormai mezzo secolo. Poi ci sono strumenti del lavoro manuale: le «Coffe» con cui i portuali scaricavano i rinfusi a forsa di braccia e di schiena, i vestiti da lavoro, le reti «giapponesi», i «gaini», eccetera. Al museo potrebbero essere conferiti anche modellini navali di scafi costruiti a Livorno al cantiere Orlando oggi disseminati in vafrie location, dalle stanze del Comune a quelle dello stesso cantiere e dell’Accademia Navale. Insomme un recupero della cultura portuale e navale labronica per il quale in tanti si sono battuti (a parole) ma ad oggi senza grandi risultati. A.F.


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