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Lucchini, i russi non hanno fretta - Il Tirreno Piombino

 


La cessione slitta a giugno. La Fiom: «Senza investimenti non si sopravvive»  
 
 
 
È necessario riqualificare le produzioni. L’azienda non pensa al futuro e non fa in modo di essere pronta alle nuove sfide  
 
LUCA CENTINI /  

 
 PIOMBINO. La cessione ci sarà solo al prezzo adeguato e comunque senza troppa fretta. E’ stato Sergey Kuznetsov, numero due di Severstal, a confermare pochi giorni fa lo slittamento dei tempi per la vendita delle quote del gruppo siderurgico Lucchini. Il passaggio di proprietà non dovrebbe avvenire prima del mese giugno.
 La nuova linea permetterà all’azienda di scegliere in tutta calma i nuovi acquirenti, ma non cancella le preoccupazioni per il destino dello stabilimento piombinese.
 «Le nostre paure stanno trovando conferma - spiega Luciano Gabrielli, segretario provinciale Fiom - la situazione resta confusa e l’immobilismo rischia di creare danni disastrosi per lo stabilimento e le imprese d’appalto».
 Dopo il brusco stop registrato nel 2009 lo stabilimento è lentamente tornato su volumi produttivi accettabili. Attualmente il Tmp è l’unico reparto che viaggia a ritmo ridotto (circa 15-20 giorni al mese), per le difficoltà persistenti nel mercato automobilistico. Il resto delle produzioni è progressivamente tornato su livelli di normalità, con il numero di di cassintegrati che si è ridotto sensibilmente fino ad interessare poche unità lavorative del Tmp.
 Intanto Severstal ha avviato le trattative con le banche per ristrutturare il debito del gruppo Lucchini, pari a 770 milioni di euro. La multinazionale avrebbe proposto alle banche un piano di riscadenzamento del debito a cinque anni (2 di preammortamento più tre di rimborso del capitale e restituzione del 40% alla fine), considerato decisivo per il rilancio produttivo dello stabilimento, che prevede l’intensificazione della produzione di rotaie a scapito dei piani. L’esito della trattativa con le banche, i tempi lunghi e i dubbi legati al passaggio di proprietà rischiano però di lasciare al palo il programma di investimenti, tra cui è compreso il rifacimento dell’altoforno in programma nel 2013. «Gli investimenti per le manutenzioni e per il revamping della colata continua vanno avanti e garantiscono il regolare funzionamento degli impianti - spiega Gabrielli - ciò che restano fermi sono però gli investimenti strategici per riqualificare le produzioni. L’azienda non pensa al futuro e non fa in modo di essere pronta alle nuove sfide del mercato. Il 2009 è stato l’anno della Cig ma il 2010, se non si farà niente, sarà l’anno delle espulsioni e della sopravvivenza».
 Il mercato dell’acciaio, dopo aver pagato per la crisi, sta bruscamente modificando il proprio assetto. «La Cina e l’India stanno raschiando il barile delle materie prime - commenta Gabrielli - ciò ha portato ad un aumento dei prezzi, sebbene la domanda complessiva di acciaio sia rimasta pressoché immobile. Si producono gli stessi volumi di acciaio ma, anche in virtù delle delocalizzazioni attuate dalle multinazionali, è in atto una redistribuzione delle produzioni. Gli equlibri del mercato stanno cambiando e, rimanendo immobile, Lucchini rischia di restare tagliata fuori».
 Con lo stop degli investimenti le imprese di appalto sono limitate agli interventi routinari e soffrono, oltre che per i ritardi nei pagamenti, per i problemi legati al calo del portafoglio di ordini. «La domanda che ci dobbiamo porre è quale sarà il destino dell’economia del nostro territorio - conclude Luciano Gabrielli - dagli investimenti dipende il futuro dello stabilimento e delle imprese, che occupano circa 3500 dipendenti. La Lucchini, con il giusto mix di quantità e qualità della produzione, può garantire utili, ma molto dipenderà dai tempi che serviranno per giungere a una soluzione e dalle intenzioni degli eventuali acquirenti che, problema non da poco, dovranno versare quanto serve per acquistare le quote e per garantire gli investimenti».


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