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Raugei il cauto «Occhio a non rompere o perdiamo la Tdt» - Il Tirreno Livorno
Dietro alle polemiche vedo una regia occulta Forse ci si prepara alle elezioni in Compagnia
CRISTIANO MEONI
LIVORNO. «Non possiamo permetterci di rompere, perchè se rompiamo rischiamo seriamente di perdere la Tdt. I patti parasociali non sono così chiari come sembrava e potrebbero consentire a Contship di rilevare la nostra quota. Meglio trattare». Sta qui il discrimine, la sottile linea d’ombra che divide Enzo Raugei dai molti - e sono i più - che giudicano un insuccesso il vertice di giovedì alla sede di Contship ad Amburgo. Il presidente della Compagnia Portuale ad Amburgo c’era e non pensa che sia stato un flop. «Ma certe categorie con cui è stato classificato il vertice mi sembrano improprie. C’è chi ha parlato di match, di round, di braccio di ferro. Non scherziamo, non c’è uno che vince e uno che perde in una società. Ci sono centinaia di lavoratori e di famiglie che chiedono un approccio serio alla questione. Che poi, alla fine, è: vogliamo o no restare in un grande network internazionale?»
Raugei, avete sfiduciato l’amministratore delegato Martini, che però rimane. Avete chiesto il reintegro di Monica Bellandi, che però resta licenziata. In più avete accettato di ridiscutere le clausole pro-Compagnia del 2001: come può essere definito questo un successo?
«Ad Amburgo abbiamo compiuto una scelta saggia: quella di non rompere con l’alleato, perchè il porto di Livorno, la Compagnia, la Tdt hanno una prospettiva solo se inserite in un grande network. E Contship lo è. Dopo alcune ore di discussione, siamo arrivati a un passo dalla rottura».
E non si poteva rompere? Le trattative sono fatte anche da momenti in cui si abbandona il tavolo.
«Era un grosso rischio. Contship non è solo un grande gruppo, è gente che lavora e decide su schemi precisi. Thomas Eckelmann è stato molto schietto non noi. “Per me - ha detto - esistono tre cose: l’azienda, il lavoro, l’economia. Il resto non mi interessa. Della politica non mi interessa”. Questo lo ha detto con grande nettezza».
In caso di separazione, uno dei due soci compra la quota dell’altro. Il rischio è che, andando alle buste, Contship possa comprare la società?
«Sì. Il “put and call” è regolato da patti che non sono univoci. E’ prevista una procedura per ciascuna casistica e tutte sono sul filo del rasoio. In parole povere: non c’è chiarezza su chi abbia diritto a fare l’ultima offerta, quella che l’altro socio non può rifiutare. Il rischio è che, in questo groviglio di procedure, magari all’ultimo momento, si scopra che la Compagnia Portuale non ha l’ultima parola. In definitiva, di perdere la Tdt. Anche se mantenessimo un 30 per cento, verremmo relegati in un angolo. Mi chiedo e chiedo: è un pericolo che è saggio correre?»
Mai visto una guerra senza il pericolo che vi siano morti e feriti...
«Ma io non voglio esporre a conseguenze, queste sì devastanti, centinaia di lavoratori. Per questo, un attimo prima di rompere, ho proposto di risolvere la controversia sui poteri dell’amministratore delegato Martini, da cui è nato lo scontro, con il ricorso a un arbitrato. Per Contship non è stato agevole aderire alla nostra proposta. Con l’arbitrato Contship accetta di mettere in discussione l’amministratore delegato, cui ha sempre confermato la fiducia. Peraltro sarà un arbitrato rapido».
Questo è tutto da vedere: alla Camera Arbitrale di Milano i tempi medi vanno da tre a otto mesi, ma basta un intoppo per sforare.
«No, questo è un arbitrato semplice. Ci sono pochi documenti da esaminare: le scritture private dei patti parasociali e alcune delibere di consiglio d’amministrazione. E poi abbiamo ottenuto di essere noi ad attivare la domanda. La convenuta dovrà costituirsi entro trenta giorni: non ho dubbi che lo faccia, dato che ce l’ha assicurato personalmente Eckelmann. Il giudizio andrà comunque avanti».
Contship sostiene che l’amministratore delegato aveva il potere per licenziare Monica Bellandi.
«Noi pensiamo di no. L’amministratore delegato doveva venire in consiglio d’amministrazione, perchè le modifiche alla pianta organica - come lo è il licenziamento di un direttore - debbono essere approvate a maggioranza qualificata, dai tre quarti dei consiglieri, e cioè con l’accordo tra i soci. E questo non è accaduto».
Avete anche accettato di ridiscutere i patti parasociali del 2001, che vengono considerati come il puntello messo dalla Compagnia Portuale per mantenere un po’ di potere di gestione.
«Se i patti parasociali fossero stati così chiari, non saremmo arrivati al punto di decidere di riesaminarli di comune accordo. La loro rivisitazione è per evitare in futuro qualunque interpretazione controversa e qualsiasi stallo. Ma non sono sotto esame i patti che tutelavano la Compagnia Portuale: chi lo pensa non conosce i fatti. Vogliamo invece capire meglio le attribuzioni del consiglio d’amministrazione con maggioranza qualificata: dalle questioni commerciali alle variazioni di budget alle modifiche della pianta organica. E poi se non c’è accordo non si cambia nulla».
In attesa dell’arbitrato, Martini resta al suo posto?
«Sì. Tdt è una società che funziona bene, con ottime performance e lauti utili, ha rapporti con terzi e accede al credito: sarebbe stato criminale decapitarla. E’ vero che c’è comunque il presidente Boccone, ma - per fare un esempio - le attribuzioni in Camera di Commercio le ha Martini, lui ha la firma per le operazioni ordinarie. Mettendolo fuori avremmo paralizzato la società».
Le è sembrato opportuno approvare il bilancio di Tdt il giorno prima del braccio di ferro ad Amburgo?
«Ma il termine scadeva il 31 marzo e non c’erano motivi per andare in prorogatio. E poi perchè non approvare un bilancio che chiude con un utile di 2 milioni? Cosa c’è di tanto scandaloso? Avremmo fatto agitare le banche e i clienti e non avremmo fatto neppure l’interesse dei lavoratori».
Ma con l’ok al bilancio è passata all’esterno un’impressione di cedevolezza alle posizioni del socio Contship.
«Non direi cedevolezza, ma ragionevolezza, senso di responsabilità: questo sì, lo rivendico».
Le istituzioni hanno reagito freddamente all’esito del vertice di Amburgo: il sindaco ha detto che ormai la Compagnia è un soggetto privato, una normale azienda, il presidente dell’Autorità Portuale si è limitato agli auguri.
«Con Cosimi ho parlato e devo dire che ha chiarito meglio il senso delle sue parole che non volevano essere polemiche. L’Autorità Portuale si è spesa molto per la proposta di “moratoria”, che non è passata, ed è comprensibile una certa freddezza per come si sono messe le cose».
Lei insiste che quella di Tdt non è una vicenda così grave: perchè allora la si percepisce così? Se c’è una drammatizzazione, per quali ragioni?
«Sullo sfondo di questa vicenda vedo muoversi piccoli interessi, a volte personali, che convergono e che niente hanno a che vedere con la Tdt. Non so indicare chi abbia interesse a mestare nel torbido, ma vedo una regia occulta. Forse si temono futuri riassetti del porto, o forse ci si prepara in vista delle elezioni in Compagnia Portuale, a metà giugno».
Si ricandiderà?
«Sì, con tutto il consiglio uscente. Ma vorrei concludere il mio appello con una considerazione oggettiva: quante volte sosteniamo che sono necessarie le alleanze internazionali e poi, appena facciamo un passo in questa direzione, ricadiamo nel localismo più esasperato. Piccolo cabotaggio da cui non ci faremo condizionare».
Cosa è successo
Casus belli. Il 12 marzo la direttrice di Tdt Bellandi viene licenziata dall’amministratore delegato Martini.
Rivolta. I lavoratori bloccano il terminal per chiedere la riassunzione della direttrice, loro garante all’interno dell’azienda. Si ribella anche la Compagnia Portuale e Monica Bellandi viene rimessa a forza al suo posto.
Muro contro muro. Ma Martini conferma il licenziamento, sostenuto da Contship, che entra in rotta di collisione con la Compagnia.
Mediazione fallita. Il presidente dell’Autorithy tenta una mediazione ma Contship non si presenta al tavolo.
Vertice ad Amburgo. Contship e Compagnia concordano un arbitrato per stabilire se Martini poteva licenziare la direttrice.
SCHEDA
Console dal 2006 e consigliere Pd
Martini? Giusto che rimanga fino al lodo arbitrale Decapitare la società ora sarebbe stato criminale
LIVORNO. Nato il 12 maggio 1955, Enzo Raugei è entrato a lavorare in Compagnia Portuale nel 1974. Dopo aver lavorato a lungo in banchina (stivatore) è entrato nel consiglio della cooperativa. Sposato, un figlio, Raugei è presidente della Compagnia Portuale dalla fine del 2006, dopo le dimissioni di Roberto Piccini. E’ stato confermato con un plebiscito di voti nel 2007.
Raugei ha militato nelle file del Pci, di Rifondazione, dei Comunisti Italiani ed è ora consigliere comunale del Pd. E’ stato assessore provinciale nella giunta Frontera.
«I patti sono chiari: la gestione è nostra»
Marcucci (Contship): ma accettiamo l’arbitrato. Però che brutta vicenda...
LIVORNO. «Per noi i patti parasociali sono di un’evidenza solare: la gestione spetta a noi. Ma la Compagnia Portuale ha talmente insistito che abbiamo accettato di riesaminarli».
Nereo Marcucci, amministratore delegato di Contship Italia, è stato considerato uno dei vincitori del match di Amburgo. Lui si schermisce: «Non ci sono nè vinti nè vincitori. Ci siamo trovati di fronte un interlocutore agguerrito nel difendere le proprie posizioni».
«Mi pare che in quelle lunghe giornate - dice Nereo Marcucci - siano accadute alcune cose che adesso possiamo descrivere dal nostro punto di vista. I patti parasociali sottoscritti nel 2001, oggetto di una minuziosa lunga dettagliata e controversa discussione, sono chiari in modo solare: chi li sottoscrisse nel 2001» e l’allusione è a Roberto Piccini che era presidente di Tdt «accettò che la gestione aziendale fosse completamente nelle mani di Contship Italia. In via del tutto eccezionale e unicamente allo scopo di verificare ogni ulteriore possibilità di collaborazione con la Compagnia Portuale, Thomas Eckelmann e Cecilia Battistello - sempre in applicazione dei patti parasociali - hanno accettato, ma sarebbe meglio dire subìto, la richiesta dell’arbitrato presso la Camera di Commercio di Milano. Arbitrato che dovrà svolgersi nei tempi e nei modi più veloci possibili».
L’altra concessione - dice Marcucci - fatta al socio Compagnia riguarda «l’incarico ad una commissione tecnico-giuridica di approfondire e verificare quanto dei patti parasociali debba essere confermato o modificato in una prospettiva utile per tutti e due i soci di Tdt. Mi sembra - commenta Marcucci - una concessione assolutamente eccezionale e significativa della durezza delle posizioni in campo».
In altre parole: «I patti per noi sono chiarissimi, ma abbiamo accettato di riesaminarli attraverso due modalità, arbitrato e commissione». Resta l’amarezza, conclude il manager Contship, «per questa brutta vicenda, rimessa sui binari dei patti parasociali. Ora auspichiamo che la società possa tornare ad operare serenamente».
C.M.
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