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Crisi, alle piccole imprese non serve solo il credito - Il Tirreno Livorno
L’OPINIONE
ANDREA BORTOLI
Tra i fattori che secondo Alessandro Volpi (Tirreno, 24 marzo) ostacolerebbero un rilancio dell’economia regionale toscana compare la “eccessiva frammentazione del tessuto produttivo”. Troppe imprese di ridotte dimensioni, a suo avviso, non favoriscono quel grado di accesso al credito necessario per la ripartenza dei vari comparti ed è bene che il sistema bancario si adoperi per “accompagnare le imprese troppo piccole al salto necessario per sopravvivere”.
Ma “in chiesa né in mercato non andar mai accompagnato”, recita l’antico detto: per costruire nuove relazioni economiche su basi solide e realmente “proprie” la piccola impresa, che sperimenta una grave crisi di identità, ha bisogno di percepire l’effettivo grado di autonomia che il sistema economico-finanziario, sempre più controllato dai grandi gruppi, le riserverà.
In Veneto tredici piccoli imprenditori da ottobre 2008 a oggi si sono tolti la vita, uno dopo l’altro, per non aver saputo fronteggiare la crisi. Il Comune e la Camera di Commercio di Padova hanno istituito un punto di ascolto nella convinzione che “non è più sufficiente intervenire con azioni legate al credito o a sostegni economici”, ma occorre preoccuparsi del devastante disagio psicologico di chi si accorge che la propria azienda non produce più reddito.
L’imprenditore ex operaio di seconda o terza generazione, che a forza di sacrifici si era messo in proprio, era abituato a chiedere prestiti per investire in azienda e dar lavoro ai suoi collaboratori ed il suo vero travaglio, come ha sottolineato anche il cardinale Ettore Scola, è diventato dover elemosinare denari in banca giusto per poter sopravvivere, preferendo farla finita.
Se si vuol rilanciare la piccola impresa, insomma, bisogna ripartire anche dagli aspetti culturali e valoriali. Giulio Sapelli ha declinato sul Corriere della sera una definizione di piccola impresa che supera le classificazioni in uso, basate sui freddi parametri patrimoniali o di fatturato: “Una comunità organica dove si pensa, si fatica, si soffre e si gioisce lavorando gomito a gomito, faccia a faccia, famiglia a famiglia, con un rapporto numerico tra imprenditori, operai, impiegati, quadri e dirigenti (se ci sono) mai più alto di uno a 100”.
Per alcuni imprenditori, l’unico “fondamento esistenziale” resta il quotidiano impegno a produrre e commercializzare beni e servizi, lontano dal clamore dei grandi affari e se il sistema bancario volesse davvero sostenerli, dovrebbe mutare l’approccio nei loro confronti.
L’Unione Artigiani di Padova segnala che dietro un caso di suicidio c’è addirittura l’insolita richiesta di un “bilancio certificato”, in una situazione di così limitato livello di rischio che il vecchio direttore di filiale avrebbe saputo agevolmente valutare sulla base del rapporto diretto: “ora nella filiale i direttori restano un anno se non sei mesi; non hanno il tempo di conoscere il territorio; sono insicuri perché non conoscono nessuno; guardano solo i numeri, gli indicatori, i parameri e se vai fuori: niente credito”.
Se perde i piccoli, la nostra economia è finita. Ben venga quindi l’aiuto delle banche, in questo impegnativo percorso di sopravvivenza, purché si rispetti la loro natura e non si pretenda di omologarli a stili di conduzione aziendale aggressivi e impersonali. L’imprenditore che viene dal basso sa bene cosa voglia dire far “da banca e da magazzino” ai grandi gruppi: se il “salto” che da lui ci si aspetta dovesse fondarsi sui vantaggi di un rapporto di forza verso le aziende più piccole della sua, potrebbe anche rinunciare ad opportunità creditizie che fossero congegnate proprio in funzione di tale obiettivo.
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