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Il quartiere modello per gli operai - Il Tirreno
I progetti, ancora molto studiati, sono tutti conservati per volere degli eredi al Centro Pompidou di Parigi
Ideato dal grande architetto Adalberto Libera, ma rimasto incompiuto
I due edifici rettilinei, detti Lombriconi, sono gli unici realizzati
CECILIA CECCHI
PIOMBINO. Quando li hanno costruiti non c’era neppure la strada asfaltata. Nelle vicinanze qualche casa di contadini. Pochi sanno, però, che i due palazzi conosciuti in città come i Lombriconi dovevano essere la “prima pietra” di una mini città operaia, pensata da uno dei più grandi architetti del Novecento, Adalberto Libera.
A Piombino per raccogliere materiale sul “quartiere mancato”, Mauro Alpini profondo conoscitore dell’opera di Libera avendo svolto il dottorato di ricerca proprio sul suo lavoro in Toscana (di cui a breve uscirà un libro).
Perché a Salivoli?
«Nel 1899 il Municipio di Piombino incarica Paris Orsini di rediger un progetto di ampliamento della città su un’ area prevista di 320.000 mq. Le direttrici sono nella direzione del cimitero ad est e ad ovest verso Salivoli (Case Cataletto). Nei primi anni Cinquanta l’Italsider decide di costruire un vasto insediamento residenziale per i propri dipendenti, la localizzazione del progetto affidato a Libera coincide con Salivoli».
Previste già aree verdi, negozi, asilo; tutto per non realizzare un quartiere dormitorio stile ghetto...
«L’insediamento era composto da un intervento di 2500 alloggi, solo due edifici (di 78 alloggi un edificio e l’altro di 42 alloggi per un totale di 120 alloggi) in posizione marginale sono stati costruiti, là dove il nuovo insediamento si sarebbe congiunto all’abitato esistente. La parte mancante a forma di una grande “isola” segnata da una trama urbanistica regolare, circondata da un anello stradale e percorsa al centro da una fascia verde ai cui lati si attestano cinque “unità di quartiere” oltre al centro del quartiere con gli edifici pubblici. Va precisato che Libera, per “unità di quartiere” intende una parte autosufficiente formata dalle abitazioni o “cellule residenziali” e dai servizi primari. La seconda parte del progetto, disposta sul fianco della collina aperto verso il mare e formata da quattro “unità di quartiere”, si organizza per contrasto, in schiere modellate sulle curve di livello in ampi tratti di cerchio. I servizi pubblici e collettivi sono rapportati al numero degli abitanti e si distinguono in: primari, comprendenti l’asilo, la scuola elementare e il nucleo negozi; secondari, comprendenti la scuola media, gli uffici, il mercato, la chiesa».
Ma quale mai sarebbe stato il rapporto tra questo quartiere e il centro città?
«Dai disegni possiamo notare una strada vicinale dei Cavalleggeri, il progetto generale comprendeva una rete viaria. È è organizzata in modo che il traffico pedonale risulti sempre indipendente dal traffico veicolare e ciò è ottenuto in due diversi modi: nel settore pianeggiante l’anello della viabilità principale, innestata a pettine dalla viabilità a “cul de sac” di penetrazione ai lotti, permette che il traffico pedonale si svolga senza interferenze e colleghi le residenze, le zone verdi e gli edifici pubblici; nel secondo caso è sfruttato il dislivello del terreno in modo che il traffico veicolare si svolga ad un livello diverso da quello del traffico pedonale».
Perché una realizzazione minima a fronte di un grande studio?
«Libera non lo vedrà mai realizzato: muore prematuramente il 17 marzo 1963 a 60 anni per un’otite trascurata. Nel 1965-1967, nella stessa zona di terreno è sorto un complesso di quattrocento alloggi, finanziato dalla Comunità Europea Carbone Acciaio, e progettato da altri. Sicuramente non cambiarono le esigenze forse mancarono fondi...».
A questi palazzi mancano alcuni “punti chiave” che nel mercato immobiliare di oggi fanno perdere punti: come ascensori, terrazze o garage.
«Ricordiamoci siamo nel 1960, le famiglie erano molto più numerose. C’erano problemi statistico-sociali. Una tale impostazione aveva un carattere innovativo perché costituiva, a livello nazionale, una delle prime esperienze di ricerca che tendeva a coinvolgere tutti gli attori del processo edilizio ai vari livelli. Per quanto concerne i garage, in quel periodo non era ancora avvenuto in Italia il boom economico, le macchine erano di proprietà di pochi. Le terrazze? Una scelta progettuale, per avere un prospetto unitario, inoltre esistono delle logge, forse chiuse in un tempo successivo. Per l’ascensore, al tempo non esisteva la legge che lo rende obbligatorio oltre i due piani».
Avrebbe un senso riprendere il piano urbanistico di Libera?
«No sarebbe snaturato nel suo concetto di progetto unitario».
È ancora attuale o superato questo tipo di modello abitativo, cioè è ancora attuale e proponibile il modello del “quartiere operaio” o del tutto superato?
«Nella situazione economica attuale, il problema dell’edilizia popolare, dal mio punto di vista è impellente, da risolvere quanto prima, alla condizione di una edilizia di qualità, non come è successo negli Sessanta e Settanta in cui le periferie delle città hanno perso la misura e l’identità del luogo».
Perché anche il modello dell’insediamento di Salivoli fa bella mostra di sé al museo Pompidou, a Parigi?
«Gli eredi di Libera hanno deciso di cedere al Centro tutto l’archivio».
Il biografo Mauro Alpini
Italsider volle che Piombino facesse da città pilota
Nel febbraio ’49 il progetto di legge, proposto dal ministro della previdenza sociale Fanfani, dà avvio al piano Ina-Casa per i lavoratori
PIOMBINO. Di Libera è uno dei più ferrati biografi. Mauro Alpini, docente di composizione architettonica e urbana alla facoltà di architettura di Firenze ricorda: «Nel 1960 l’Italsider dovendo compiere vicino agli stabilimenti in Italia interventi di edilizia residenziale per i dipendenti (circa 12.000 alloggi), affidava al gruppo Consulenti progettisti associati (composto da Libera, Mandolesi, Colombini) l’incarico di svolgere approfondimenti in proposito. Lo studio doveva condurre ad una progettazione pilota, che avviene a Piombino». Del primo periodo le opere più note di Libera (come la villa di Malaparte). Dopo la Seconda guerra mondiale, si concentra sulla casa per famiglia. «Il 24 febbraio del 1949 il Parlamento - dice Alpini - approva il progetto di legge, proposto dal ministro del lavoro e della previdenza sociale Fanfani, “Provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori”, e dà avvio al piano Ina-Casa. L’ente assume una struttura diarchia, a capo della gestione viene chiamato Arnaldo Foschini, docente di composizione e preside della Facoltà di architettura di Roma. Appena nominato, Foschini incarica Libera di dirigere l’ufficio che sovrintende la progettazione degli interventi». (c.c.)
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