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Il Tirreno - Magona stringe un accordo con Arvedi

 

di Giorgio Pasquinucci PIOMBINO La Magona ha stretto un accordo commerciale con il Gruppo Arvedi per verniciare circa 30mila tonnellate di coils, già zincati, nello stabilimento di Piombino. Il primo camion di 50 tonnellate è arrivato mercoledì. Se le prove andranno come previsto, per un anno si finiranno in Magona oltre 3mila tonnellate di materiale al mese destinato esclusivamente ai clienti delle acciaierie Arvedi. Un nome, quello dell’industriale cremonese, che fin dall’estate scorsa era circolato tra i possibili acquirenti della Magona, ipotesi formalmente smentita nonostante varie conferme dell’esistenza di una trattativa con Arcelor-Mittal. È noto che le acciaierie Arvedi hanno un’ottima capacità produttiva di coils zincati, ma nessuno dei loro impianti possiede un reparto di verniciatuta. I prodotti venivano quindi in precedenza finiti in fabbriche specializzate del Nord. Ma Arvedi, in questi ultimi tempi, si sarebbe mostrato interessato ad acquisire direttamente un impianto. A questo punto si è fatta aventi la proposta della Magona che, per le difficoltà di mercato, nonostante le riduzioni non riesce a saturare l’unica linea di verniciatura rimasta in funzione. «Un accordo positivo – secondo Claudio Valacchi, coordinatore Fiom nella Rsu – che da una certa garanzia di stabilità alla Magona qualora permanessero le attuali difficoltà di mercato». Per il momento, invece, non cambia niente negli assetti organizzativi dello stabilimento. Restano dunque i contratti di solidarietà e si continuerà a lavorare con 15 turni settimanali. La stessa azienda però non esclude, nel caso riuscisse a rispettare il budget, di passare anche a 18 o addirittura 21 turni alle settimana. «Abbiano offerto al Gruppo Arvedi – conferma l’ad Magona Leandro Nanniperi – una quota che ci consente di saturare la produzione del reparto verniciatura in una fase di depressione del mercato». Il sindacato vede tuttavia già la possibilità, nel caso di un incremento dei quantitativi richiesti da Arvedi, di rimettere in marcia anche l’altra linea di verniciatura. Il vero problema sono gli impianti di laminazione e zincatura, per i quali non si intravedono per il momento, segnali positivi. Mentre gli impianti fermi rischiano tra l’altro di deteriorarsi. «Il Gruppo Arcelor Mittal – afferma Valacchi – ritiene adeguato questo assetto. I conti sono migliorati e tendono ad un sostanziale pareggio. Non ci sono più le grosse perdite del passato, e non siamo più nell’emergenza che a luglio ci aveva portato sull’orlo di decisioni drammatiche, ma tutto questo viene sostenuto con il sacrificio dei lavoratori». Il sindacato sembra aver chiaro che questa crisi non può essere superata con le sole risorse interne. «Occorre rilanciare – sostiene Valacchi – politiche pubbliche che sostengano la siderurgia, sia a livello nazionale che europeo, favorendo sinergie e la riqualificazione dei prodotti». La spinta, insomma, secondo il sindacato deve venire dall’alto. Ancora una volta per capire dove sta andando la siderurgia italiana, compreso il futuro della Magona, appare determinate la soluzione delle vicende di Taranto. «Per capire lo stesso futuro posizionamento della Magona sul mercato – afferma Valacchi – è necessario che si chiarisca la vicenda del Gruppo Riva. Se restiamo dentro la fabbrica non si risolve nulla, mentre in un quadro di possibile sinergie tra gli stabilimenti Ilva e Lucchini anche la Magona potrebbe avere in suo ruolo importante».


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