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Il Tirreno Livorno - sabato - E Novaol spera in un nuovo boom

 

Dopo il rischio stop i lavoratori del biodiesel aspettano mosse chiave del governo
 
LIVORNO Nel giorno in cui salta fuori il colosso indonesiano, c'è un'altra fabbrica impegnata nella lavorazione del biodiesel che torna a sperare in una ripresa economica. È lo stabilimento livornese della Novaol, una delle prime realtà in Europa nel campo del carburante bio. Un buon impianto per produttività e qualità, messo in ginocchio nell'ultimo anno dalla mancanza di una "leggina", che avrebbe dovuto recepire nel nostro ordinamento gli strumenti di protezione che gli altri paesi europei si sono dati per tutelarsi dall'afflusso di biodiesel di bassa qualità (ma anche di basso costo) in arrivo da oltreoceano. A febbraio la Novaol sembrava intenzionata a puntare tutto sull'altro stabilimento italiano, a Ravenna, sufficiente da solo a coprire il mercato del biodiesel (che nel frattempo si era dimezzato: da 150 mila a 70 mila tonnellate annue). Per i 37 lavoratori dell'impianto livornese si erano aperte così le porte della cassa integrazione ordinaria. Dopo il rischio concreto di chiusura, s'intravede ora uno spiraglio di luce. «C'è la possibilità di tornare a lavorare regolarmente già dal prossimo mese», interviene Marco Candian, membro della Rsu dello stabilimento (con lui ci sono anche Walter e Marino Buti). Il motivo è presto spiegato: «Il governo ha varato alcuni decreti attuativi che dovrebbero permettere di superare gli ostacoli incontrati in questi ultimi mesi decreti che dovrebbero entrare in vigore dalla metà di ottobre. Inoltre il governo argentino ha tolto le sovvenzioni alle esportazioni. E l'Argentina era uno dei massimi concorrenti a livello extra-europeo». La Novaol, ricordano le rsu, non si è mai fermata in modo definitivo: «Siamo ancora in cassa integrazione, ci sono circa 35 addetti che lavorano a rotazione. Ci diamo il cambio all'interno dell'impianto e alterniamo la produzione con la sede di Ravenna». La cassa potrebbe essere allungata ogni tre mesi, per un anno, fino a febbraio 2013. Ma i dipendenti sperano che già prima della fine del 2012 non ce ne sia più bisogno. Giorgio Carlini


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