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Il Tirreno Livorno - Il male oscuro delle imprese Assediati dal pessimismo
L’istituto torna dopo quasi dieci anni a misurare la febbre della nostra economia malata Gli imprenditori a due facce: sfiducia verso il territorio, a galla con la propria azienda
di Mauro Zucchelli LIVORNO La “febbre” della nostra economia non andàtela a misurare con un termometro che dia conto oggettivamente di questo dannato malanno che ci stronca le gambe e ci infiacchisce i muscoli. Niente di meglio del grafico in cui il Censis riassume il mal di pancia di chi fa impresa: guardando al futuro della nostro sistema territoriale, si dichiara pessimista il 61,3% di chi, come gli imprenditori, quasi per mestiere è obbligato a pensare positivo. È già molto, ma la fetta restante della torta non è contrassegnata da quanti, all'opposto, manifestano fiducia: no, quasi tutti gli altri nascondono la preoccupazione parlando di un futuro all'insegna dell'incertezza (poco meno del 34%). E gli ottimisti? Praticamente spariti: meno di uno su venti (4,8%). I pessimisti “espliciti”, chiamiamoli così, sono tredici volte di più. Platea quasi deserta. È quasi una “tac” quella che il Censis offre dell'economia livornese con un dossier di 65 pagine per conto della Camera di commercio che, appunto nell'auditorium dell'ente camerale, l'istituto di ricerca ha presentato ieri ai livornesi per bocca di Francesco Estrafallaces in tandem con il prof. Giuseppe De Rita. L'ha fatto davanti a una platea semideserta: come se la città non avesse voglia di sentirselo dire. Timore di veder finire in frantumi un orizzonte spennellato di rosa? Semmai perché ci si sente sfibrati, strapazzati, centrifugati: sentirselo ripetere diventa ancor meno sopportabile che viverlo quotidianamente. Lo sottolineano anche i ricercatori del Censis, tornati a Livorno a distanza di quasi dieci anni per rifare l'identikit della nostra economia: ha risposto all'équipe non più di una sessantina di interlocutori che vivono nella trincea del fare impresa, eppure gli interpellati sono stati mezzo migliaio. Ma c'è un “ma”. Se questo è uno dei diagrammi-chiave per costruire il “senso” e la “narrazione” di quel che siamo, il responsabile del settore economia del Censis però tiene fuori dai riflettori altri pezzi di realtà che pure sono nero su bianco nel dossier. Primo esempio: se dal “sentiment” soggettivo sullo stato di salute del territorio si passa a come va la propria azienda in questa fase, ecco che gli ottimisti (cioè chi segnala una crescita) quasi si moltiplicano per quattro e schizzano al 17,7% mentre i pessimisti (cioè chi denuncia un ridimensionamento) dimezzano e scendono al 32,3%, praticamente la metà esatta dice che gli affari sono stazionari. Macché fine dei guai... Solo una “bolla” di pessimismo infondato? No, perché questi stessi imprenditori raccontano che negli ultimi sei mesi dello scorso anno il fatturato è calato nel 40,3% dei casi (ma è aumentato per il 29% delle aziende interpellate). Nello stesso periodo invece l’occupazione regge: stazionaria nel 61% delle ditte e quelle dove gli addetti sono in calo sono lo stesso numero (19,4%) di quelle in cui il personale aumenta. Forse le cose sono un po’ più ingarbugliate di quanto noi stessi immaginiamo: basti dire che, se dalla realtà dell’oggi guardiamo alle previsioni per il domani, ecco che gli stessissimi imprenditori immaginano che nel semestre successivo il fatturato aumenterà (per il 32,3%, cinque punti in più di quanti prevedono un calo) mentre i lavoratori diminuiranno (30,7%, più del triplo di quanti pensano a un incremento degli occupati). Non è tutto: se anziché all’economia locale si guarda all’Italia tutta intera, gli incerti restano grossomodo uno su tre ma i pessimisti scendono da oltre il 61% al 50% e gli ottimisti triplicano (da meno del 5% a quasi il 15%). Disperati a metà. Guai a pensare che siano risposte un po’ a vanvera: anche perché questa stessa dinamica la si scova nell’indagine del “Sole 24 Ore” sulla qualità della vita. Ci raccontiamo come i più depressi e i più sfiduciati del Bel Paese (o quasi). Ma quando si scende nel dettaglio ci ritroviamo a confidare che la mancanza di lavoro è una preoccupazione seria ma non facciamone una tragedia, la criminalità ci toglie il sonno ma insomma si vive tranquilli. Presi a metà fra la disperazione senza sbocchi e la sostenibilissima leggerezza dell’essere, senza saper più se siamo l’”isola felice” o, al contrario, quella “infelice”. Sostenibile perché? Semplicemente perché Roberto Nardi, padrone di casa come presidente della Camera di commercio, ricorda che a permetterci di far quadrare i conti sono soprattutto due cose. L’una: stiamo smobilizzando il patrimonio di risparmio acculumato dalle generazioni precedenti e lo usiamo per puntellare il nostro standard di consumi (che «non si è ridotto mentre invece è calato il reddito disponibile»). L’altra: l’altro tassello di questo passaggio di ricchezza fra le generazioni comprende anche quel singolare modello livornese di welfare per cui la pensioni e i vari pezzetti di ammortizzatori sociali rappresentano il sostegno al reddito che, insieme a lavoricchi precari e parecchio “sommerso”, rimette al centro la famiglia. Forse come luogo degli affetti in mezzo alla bufera (in una delle province a più alto tasso di separazioni e divorzi), sicuramente come cassa di compensazione in cui il puzzle dei redditi si ricompone e di redistribuisce. Fuori dall’uscio (e dal guscio). Ma fuori dall’uscio di casa e dal “nido” della famiglia, resta il disorientamento e la sensazione che si siano sfilacciati vincoli e senso di comunità: nelle interviste – rivela Estrafallaces – sono emersi «solitudine di imprese e sindacati», «rivalità istituzionali», «scarsa capacità di rappresentanza degli interessi». In pratica, un cortocircuioto del dialogo sociale. Dentro il brodo del risentimento e della perdita di antiche bussole .
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