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Il Tirreno Livorno - Manca la progettualità : c'è bisogno di costruire una prospettiva e un nuovo senso comune
AUTOREVOLEZZA E LESSICO LIVORNESE
ROBERTO BERNABÒ L'ha chiamato il lessico livornese. Quattro concetti che danno il senso dello smarrimento della città. Eccoli: solitudine delle imprese e del sindacato; rivalità istituzionale; scarsa capacità di rappresentanza degli interessi; cortocircuito del dialogo. Dentro queste frasi si può sintetizzare la Livorno che galleggia nella crisi, con una bassa imprenditorialità, una bassissima occupazione, a cominciare da quella giovanile, e il solo sostegno di un esercito di pensioni che resiste. Una città dove nessuno si riconosce più nell'altro - che siano le istituzioni politiche ma anche le associazioni di categoria (basti dire che il 68% degli imprenditori giudica i colleghi non all'altezza) - e vive dunque un pericoloso scivolamento all'indietro che la porterà a incagliarsi in un futuro che non si vede.
La fotografia di Francesco Estrafallaces, responsabile del settore economia del Censis, che dieci anni dopo ha ripassato al setaccio i numeri di Livorno, è chiara e impietosa. Impietosa soprattutto quando mette il dito su quella che può essere l'unica ricetta anti crisi: incominciare a risolvere i problemi che sono lì, gli stessi, da due lustri e che mettono le briglie a qualunque idea di ripresa. Che si chiamino fondali del porto, terza linea del termovalorizzatore, costi dell'acqua industriale, e via così, sono senza risposta da troppo tempo e tengono Livorno prigioniera del non sviluppo. Alimentando la logica dell'Io piuttosto che del Noi. Certo, quella che vive Livorno non è una crisi che nasce e muore tra Stagno e Quercianella (basta vedere i dati regionali diffusi ieri da Unioncamere e che dipingono un 2012 nerissimo per la Toscana). Si intreccia con qualcosa di molto più grande e lontano, come ha spiegato Giuseppe De Rita, che del Censis è il presidente e ha offerto una cornice più ampia al rapporto presentato in Camera di commercio. Si alimenta in quella perdita di sovranità che stanno vivendo gli Stati e che porta i centri di comando più lontani, in poche mani, quelle delle due o tre grandi banche di affari internazionali che oggi hanno il vero potere di determinare i destini del pianeta. E' un'eterodirezione che scende a cascata, fino a Livorno appunto, dove tra l'altro il peso delle multinazionali e dei flussi finanziari internazionali è forte. Tanto da svelare perché lo scorso anno il Pil della città fosse cresciuto mentre ovunque era diminuito. La spiegazione di quel dato anomalo diffuso dall'Irpet sta per il Censis nel valore dei combustibili che escono dalla raffineria Eni che si era fortemente rivalutato con l'aumento dei prezzi. Ma è difficile tradurlo in più ricchezza per la città. Se questo è il macroscenario, ciò non significa l'impotenza a livello locale. Lo sa bene anche il sindaco Cosimi e lo riconosce nel suo intervento, ripetendo un concetto che è suo da un po' di tempo. Ovvero che per Livorno è finito il tempo dell'unanimismo, che il conflitto è necessario, che serve un riassetto dei poteri a partire dal porto; un riassetto che non potrà accontentare tutti e dovrà costringere le parti sociali a rimettersi in gioco, non aspettando che le soluzioni arrivino sempre dagli altri, in particolare dalle istituzioni. De Rita a questa qualità di governo locale che sarebbe necessaria mette gambe autorevoli. In uno scenario di perdita di sovranità che evapora verso l'alto, ai livelli inferiori - dice - vince la relazionalità orizzontale, fatta di tavoli, incontri, riunioni dove non si decide mai nulla, dove si battaglia tra istituzioni, categorie e sottocategorie, fino all'assoluta paralisi. Invece c'è bisogno di decidere, ricomponendo pezzi di sovranità. C'è la necessità di una leadership che guidi Livorno, verso una nuova stagione. Ma perché una leadership si eserciti, come ha spiegato Estrafallaces, l'elemento chiave è l'autorevolezza. Ed è quello, inutile girarci intorno, che oggi manca a buona parte della classe dirigente della città, cominciando dalla politica. Un'autorevolezza bruciata in anni di scelte non fatte, di mancata condivisione di progetti, di piccole beghe di potere, di visioni che si vorrebbero lunghe ma che si traducono in decisioni desolantemente corte. E lì che cresce il solco tra la città e le sue istituzioni e molte delle sue rappresentanze, incapaci di ricucire in una prospettiva, in un senso comune, quello che De Rita chiama l'orgoglio dei livornesi di esercitare la sovranità su se stessi. Che certo è un segno di individualismo ma sarebbe anche un brandello da cui ripartire. Beh, chi questa leadership crede ancora di poterla esercitare, dovrebbe convincersi che siamo davvero all'ultimo giro. Roberto Bernabò
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