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Il Tirreno Livorno - De Tommaso, silurato il presidente cinese
LIVORNO - Si riuniranno davanti alla prefettura, stamani, i sindacati dei metalmeccanici e i lavoratori della De Tomaso che da gennaio non riscuotono un euro. Chiederanno ai vertici del Palazzo del Governo di fare pressione sul ministero affinché firmi subito il decreto di cassa integrazione per crisi come concordato al tavolo romano la scorsa settimana. Secondo fonti sindacali, infatti, la De Tomaso avrebbe finalmente presentato la richiesta per sbloccare gli ammortizzatori sociali: a provarlo ci sarebbe un foglio a firma del capo del personale, Claudio De Grate, protocollato il 30 marzo. In attesa di conferme, la certezza è che intorno ai suv promessi dall’industriale torinese si sta scatenando il maremoto. La notizia secondo cui il ministero (dello Sviluppo o del Lavoro?) avrebbe presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma sulla situazione finanziaria della De Tomaso non è stata ancora ufficializzata. Ma neanche smentita. Il reato ipotizzato nei confronti dell’impresa guidata da Gian Mario Rossignolo sarebbe di distrazione di fondi pubblici ottenuti negli anni per la formazione professionale e l’innovazione: come sono stati spesi? Stiamo parlando di 9.5 milioni ottenuti in due diverse operazioni dalla Regione Piemonte (dove c’è l’altro pezzo della De Tomaso, che ha assorbito i circa 900 operai dello stabilimento di Grugliasco) e 19 dall’Unione Europea. Poi la Toscana: l’azienda ha beneficiato almeno di un prestito obbligazionario convertibile pari a 2.4 milioni di euro, sottoscritto per 1.8 milioni da Sici (Sviluppo imprese centro Italia, risorse non regionali) e 600mila da Fidi. A questi vanno aggiunti 1.5 milioni di euro per un «progetto formativo» (come recita una nota inviata il 22 febbraio da Firenze) e il percorso messo in piedi per ottenere in affitto lo stabilimento ex Brovedani di Guasticce dove per ora, a pagare, è soprattutto Spil. Quando è iniziata a circolare l’ipotesi dell’esposto, la De Tomaso (che in Italia deve fare i conti con un colosso come Fiat) è intervenuta per dire che «tutti i finanziamenti pubblici sono regolarmente rendicontati, i soldi ricevuti sono stati utilizzati allo scopo per cui erano stati concessi». «Dei 19 milioni su 27 concessi dalla Commissione Europea e dal ministero del Lavoro per i corsi di formazione – ha precisato Gianluca Rossignolo – ne abbiamo utilizzati 7,6. Il rendiconto è terminato e sarà presentato quando potremo ripartire. L’azienda ha dovuto anticipare i soldi arrivati in ritardo e per questo i corsi sono durati soltanto due mesi». Quanto all’investitore cinese che dovrebbe salvare il progetto con una iniezione di 500milioni di euro: «Ci sono impegni scritti, aspettiamo che siano mantenuti. Non dipende da noi. Sembra che sia prassi delle aziende cinesi non essere puntuali sulle date. Ma non capisco chi abbia interesse ad alimentare un clima negativo contro di noi. Soffiare sul fuoco è da irresponsabili». Ma ecco l’ennesimo colpo di scena. Ieri pomeriggio - mentre su Internet circolava il passaporto con la foto di Qui Kunjan, il presidente che in Italia non si è ancora mai visto – Agi China 24 (nata dalla collaborazione tra l’agenzia economica e il Sole 24 Ore) ha diffuso la notizia di un avvicendamento al vertice di Hotyork, la sfuggente società di Hong Kong in trattativa per rilevare la casa automobilistica torinese. Antonio Talia, scrive che secondo fonti della comunità d’affari italiana in Cina, Qiu Kunjian non sarebbe più presidente. «L’acquisizione della De Tomaso – riporta l’agenzia – appare a tutti gli effetti un “club deal”, cioè un’operazione in cui l’acquirente non è un gruppo industriale, ma una squadra di investitori, e la Hotyork sembra una società-veicolo creata per portare a termine l’acquisizione». Fonti citate nel servizio riferiscono che «il club di investitori non è composto da produttori, ma da imprenditori cinesi che operano nel settore automobilistico come concessionari e centri di assistenza. Si tratta di un’operazione interessante per chi compra il brand De Tomaso ma, vista la composizione della squadra, c’è da tenere presente il rischio di una sorta di mordi e fuggi da parte dell’acquirente, magari privo di un vero piano industriale, che potrebbe poi rivendere immediatamente a terzi». Le parole che chiudono l’articolo non sono incoraggianti: «Il pool di investitori ha estromesso nei giorni scorsi il presidente, definito anello debole di tutta l’operazione, e potrebbe trattarsi di uno di quei casi in cui gli investitori cinesi mandano avanti intermediari che non sono poi effettivamente titolati a prendere decisioni finali». Juna Goti
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