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Il Tirreno - La cordata livornese ha fatto l'offerta

 

di Mauro Zucchelli LIVORNO È come se, all'improvviso, sulla scacchiera del porto re, regine, alfieri, torri, cavalli e pedoni avessero preso a muoversi sempre più velocemente. Anzi, nel progressivo avvitarsi della crisi della Compagnia portuale forse non c'era stato giorno in cui mosse e contromosse si sono susseguite così convulsamente. Poco prima delle 20 si è materializzata la lettera – una pagina e qualcosa, 22 righe – in cui il pool di imprenditori livornesi (Piero Neri, Giorgio Neri e Enio Lorenzini) ha messo nero su bianco le proprie proposte per «dare una mano», secondo una terminologia rimbalzata più volte nelle cento riunioni di questi ultimi giorni. Detto in estrema sintesi: 6 milioni di euro per la quota dei portuali in Ltm (“autostrade del mare”) e una cifra da determinare ma da un minimo di 12 fino a un massimo di 15 milioni di euro per la Cilp (operativa principalmente sul fronte della cellulosa), con i primi 6 milioni da versare “cash” all'impegno preliminare. È l’ora di cena e il presidente della Provincia Giorgio Kutufà risale le scale di Palazzo Granducale che aveva sceso poco prima dopo aver atteso quel fax decisivo. Quasi in contemporanea, a dar retta al tam tam delle banchine, nel Palazzo dirimpettaio era in corso una riunione: con almeno uno degli imprenditori della cordata insieme al sindaco e all'ex presidente della Compagnia ed ex numero uno dell'Authority, Roberto Piccini, giura un rosario di fonti confidenziali. Più o meno le stesse che a metà pomeriggio avevano riferito di un incontro mattutino fra Kutufà e Lorenzini alla Porto di Livorno 2000 guidata da Roberto Piccini: quest'ultimo ha smentito però con forza sia l'una che l'altro incontro («è vero che ero a Palazzo civico per parlare con il sindaco Cosimi e con l'assessore Picchi ma di tutt'altre cose, la Compagnia non c'entra per niente»). Nega anche Kutufà: «Macché incontro, è una frottola…». Sull’altro versante della scacchiera il valzer infinito delle indiscrezioni – tutte sempre con paternità autorevole – non manca di accreditare un blitz a Genova dei vertici della Compagnia portuale per definire gli ultimi dettagli della vendita della Tdt ai partner liguri. Una capatina all'ombra della Lanterna negata anch'essa con vigore dal presidente dei portuali, Enzo Raugei. Semmai – insistono altre fonti interne al Palazzone di via San Giovanni – tutto potrebbe nascere dall'equivoco per l'arrivo della delegazione genovese a Livorno per il consiglio d'amministrazione della Tdt. Comunque sia, si tratta di un dettaglio, se è vero che dalla plancia di comando della Compagnia portuale si conferma che con i genovesi «c'è piena sintonia e nessun problema, si tratta solo di fissare dove e quando». In mezzo a questo ping pong a colpi di indiscrezioni su riunioni in stanze chiuse e conclavi riservatissimi, di sicuro c'è solo che oggi alle 17,30 i portuali sono stati convocati di nuovo per l'assemblea dei soci a tambur battente. C'è da ratificare la scelta della vendita della Tdt? Per Raugei il faccia a faccia con i lavoratori è »solo per una esigenza informativa dopo quel che è stato scritto sul giornale»: il mandato a vendere – ricorda – «ce l'ha già dato l'assemblea precedente».

DIETRO LE QUINTE
 
Il risiko delle banchine ruota attorno al terminal Tdt
 
 
 
 
LIVORNO In questo risiko delle banchine tutto ruota attorno al fabbisogno di 20-21 milioni di euro che la Compagnia portuale ha per far fronte alle scadenze fino all’estate. Il network genovese guidato da Luigi Negri e Filippo Cerutti non è la Fatebenefratelli: ha anticipato i soldi alla Compagnia portuale nel momento del profondo rosso e, ovviamente, conta di avere già quasi in tasca quel "quid" in più che dall'attuale 50% le consente di acquisire il pieno controllo della Tdt, e dunque del terminal contenitori in Darsena Toscana, uno dei primi 25 del Mediterraneo, una macchina sforna-utili che anche in periodi di vacche magre è riuscito a suddividere fra i soci qualcosa come 4 milioni e passa. Anche l'attuale consiglio della Compagnia sembra orientato a guardare in direzione di Genova per sistemare i propri conti: cessione di una quota fra il 20 e il 30% (più probabilmente la seconda percentuale) a una cifra vicina ai 15 milioni di euro, dai quali andrebbero detratti i tre già anticipati per venire incontro ai guai di cassa del socio livornese. E magari mettendo nel conto un patto di riacquisto entro tot mesi: logico però che il vincolo non arrivi comunque a ripristinare la parità iniziale e perciò lasci il controllo in mano ai genovesi. E il resto dei soldi che servono? Lo stato maggiore della Compagnia ha il mandato di cercare di vendere tre cose: il Palazzo di via San Giovanni (ma ipotecato), il Faldo (ma né il partner Koelliker né il mercato dell’auto sprizzano salute da tutti i pori); la Tdt. Possibile che finisca nel mazzo anche qualcos’altro? Potrebbe essere la propria quota in Ltm, la società delle “autostrade del mare” con Renzo Conti. La Ltm risulta anche al centro dell'offerta sull'altro piatto della bilancia: quello della cordata livornese.Quanto? Sei milioni di euro. Ma nella lettera inviata ieri sera la cordata livornese è disposta a metter mano al portafogli anche per un’altra società-chiave della galassia dei portuali: è la Cilp, che ora ha in pugno traffici di cellulosa. Voutazione: un pacchetto di milioni di euro, minimo 12 e massimo 15. Vedi alla voce modalità di pagamento: 6 milioni di euro da tirar fuori al momento degli impegni preliminari (con garanzie da determinare). Salta agli occhi una doppia differenza. Da un lato, riguarda l'identikit delle alleanze: «Sembra quasi che la Compagnia guardi agli altri imprenditori livornesi come a competitori anziché come possibili alleati, magari cercando di avere alle spalle i “conquistadores” di Genova per pensare di poter fare ancora la voce grossa, anche se ormai solo su dimensione locale», dice uno dei protagonisti di queste ore confuse. E dall'altro? Ha a che fare con l'individuazione di cosa vendere e, dunque, viceversa, su cosa puntare per ricostruirsi un futuro: meglio conservare in pugno le quote della Tdt o quelle della Cilp come "cuore" imprenditoriale della Compagnia portuale che verrà? Il destino dei portuali si gioca nella soluzione di questo enigma. Ma dalla risposta a questa incognita dipende anche il domani della principale “industria” della città.(m.z.)

Fra Pd e portuali ora c’è un fossato
 
Partito e istituzioni in pressing per dire altolà alla vendita del 50% della Tdt
 
LIVORNO «Meno male che doveva essere una riunione riservata: la mattina dopo ce la siamo ritrovata sul giornale». Non nasconde il proprio disappunto uno dei protagonisti del faccia a faccia di lunedì sera nella federazione Pd di via Donnini: attorno a un tavolo i vertici delle istituzioni (Cosimi, Kutufà e Picchi), i responsabili del partito (De Filicaia e Lippi) e la parte di area Pd nel vertice della Compagnia portuale (Raugei, Dalli,Franchini, Boccone). L’incontro ha avuto un copione standard: Pd e istituzioni hanno provato la “moral suasion” per chiedere alla Compagnia di valutare bene l’offerta della cordata livornese e i contraccolpi di una crescita dei genovesi in porto. Anzi, è stato proprio un pressing a tutto campo: un dibattito franco e appassionato, sarebbe stato definito nella liturgia Pci per segnalare la temperatura incandescente del dibattito. Ingerenza nei fatti interni di una azienda? Ma qui è in ballo il destino del porto e il lavoro di una delle principali realtà dell’economia livornese. Mai finora si era registrata una così netta divaricazione fra gli orientamenti del “partitone” e quelli della Compagnia. Mica che Italo Piccini fosse uno che obbediva al Pci e stop, senza contare che i tempi sono arcicambiati sia in politica che sulle banchine. Sta di fatto che il vertice della Compagnia si è compattato senza troppe differenze di appartenenze di partito al proprio interno. Lo aveva fatto capire già nel voto per il rappresentante dei lavoratori in comitato portuale: plebiscito record per Marchesini, storico dirigente della Compagnia; consensi limitati per i due dirigenti Cgil.


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