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Il Tirreno 13 - Il caso del pontone Dakota ex vertici verso il processo
di Federico Lazzotti LIVORNO Quali interessi stavano tutelando l’ex presidente dell’Autorità Portuale Roberto Piccini, l’allora segretario generale Giorgio Gionfriddo e il dirigente finanziario Sergio Migheli – nel gennaio 2009 – quando avviarono la procedura d’urgenza per il noleggio, per due anni, di un pontone (costo poco meno di un milione di euro) mai utilizzato o quasi? Quelli dell’Authority oppure quelli del gruppo Compagnia Portuali (di cui Piccini era stato il numero uno per anni) con l’obiettivo di indebolire eventuali concorrenti? Sono questi gli interrogativi che stanno alla base dell’inchiesta Dakota, dal nome della piattaforma, e finita nel mirino della Procura dopo un’interrogazione parlamentare che risale al marzo 2010 da parte di un deputato del Pdl. A distanza di due anni dall’inizio dell’indagine da parte della Guardia di Finanza, il pubblico ministero Massimo Mannucci ha chiesto il rinvio a giudizio nei confronti dei tre ex dirigenti. L’accusa nei loro confronti è quella di abuso d’ufficio, falso e soppressione di documenti in concorso tra loro. L’udienza davanti al giudice è fissata per la fine di marzo. Intanto il legale dei tre indagati, l’avvocato Paolo Bassano, ha depositato una lunga memoria difensiva nella quale – punto per punto – mette in discussione la tesi della Procura. A cominciare dal falso in atto pubblico che viene contestato agli ex dirigenti. «Si tratta – spiega l’avvocato – del documento con il quale il noleggio è stato rinnovato con un impegno di spesa. Viene contestato il cambio della data ma dimostreremo che si tratta di una banale sostituzione dovuta ad un errore». Più complesso il capo d’imputazione nel quale viene contestato l’abuso d’ufficio. Ecco perché per cercare di capire le radici del sospetto sia necessario, come ha fatto la Procura, tornare al periodo compreso tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 e al clima che si respirava in banchina. Roberto Piccini è da due anni alla guida dell’Autorità Portuale dopo una vita passata in Compagnia. E proprio quest’ultima in quei mesi – è l’ipotesi della Procura – sente il pericolo di perdere buona parte del traffico di auto perché la società Sintermar sta per comprare il pontone Dakota. Nello stesso periodo, alla Calata Pisa, accosto 54, si era invece aperta l’emergenza Tirrenia: Unicoop aveva appena conquistato i traghetti ma per farli sbarcare aveva bisogno di una piattaforma. Secondo gli investigatori, sarebbe per questo motivo che i vertici dell’Autority, in tutta fretta, attivarono una procedura negoziata, per cui è necessaria l’urgenza della pratica, e senza pubblicare il bando per affittare dalla Safim di Genova il pontone Dakota. Quello che ha insospettito gli inquirenti è stato l’utilizzo che nei due anni successivi è stato fatto della chiatta, costata mezzo milione di euro nei primi dodici mesi e altri 300mila in quelli a seguire. «Il pontone non è stato quasi mai utilizzato», spiegano dalla Procura. Troppo grande e ingombrante per l’accosto 54, come dissero sia la Capitaneria che i piloti del porto. E per qusto venne trasferito alla Calata Tripoli, in concessione alla società Ltm che a sua volta non l’ha mai utilizzato non sapendo che farsene e avendo già abbastanza ormeggi. Ma nonostante questo scarso utilizzo e altrettanta scarsa utilità durante il primo anno di noleggio, il contratto venne rinnovato anche per altri dodici mesi «con ulteriore spreco di denaro», spiegano dalla Procura. Ma la ricostruzione della difesa è assai diversa. «L’acquisto di un pontone – dice l’avvocato Bassano – era nel piano d’impresa dell’Autorità portuale da tempo per risolvere l’annoso problema dell’ormeggio poppiero alla Calata Tripoli che non era possibile». E in effetti, finito il noleggio del Dakota, la stessa Authority ha comprato due piattaforme dalla Siman di La Spezia per una spesa complessiva di poco superiore ai tre milioni di euro. Adesso resta il dubbio da sciogliere davanti al giudice: perché affittare il Dakota due anni prima senza mai utilizzarlo. E soprattutto: nell’interesse di chi?
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