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DAL LAVORO AL CREDITO àˆ L'ITALIA DEI SALASSI - Il Tirreno Toscana

 

NON SOLO DEBITI
 

ALESSANDRO VOLPI

Il difficile e confuso quadro politico italiano rischia di rendere improba la fatica di Mario Monti. La febbre degli spread non scende e i rendimenti dei Btp restano a livelli record per i timori di veti incrociati e per il possibile succedersi di tatticismi elettoralistici posti in essere nel breve arco di vita di un governo tecnico che è, inevitabilmente, un esecutivo di transizione verso un voto destinato a terremotare gli equilibri di un ventennio.
 Ma i mercati sono spaventati anche da altro. Il nostro paese non è angustiato solo da un gigantesco debito pubblico, come sostengono troppi esponenti politici. Ci sono altri fattori assai difficili da rimuovere. In primo luogo suona priva di senso, e sgradevole, la litania secondo cui l’Italia registra tassi di disoccupazione più bassi della media Ue. Se infatti ai disoccupati, si aggiungono gli inattivi e i sottoccupati, si arriva a quasi cinque milioni di mezzo di persone prive di lavoro nel 2010.
 Particolarmente anomala è la percentuale di inattivi, coloro che, pur desiderando lavorare, hanno smesso di cercare un’occupazione; in Italia sono l’11,5% del totale della forza lavoro, una percentuale tripla rispetto alla media europea, attestata al 3,5%, con valori assai più bassi in Francia (1,1) e in Germania (1,3).
 Ancora nel 2004 questa percentuale era dell’8,9% e dunque ha subito una crescita molto rapida tanto che oggi si trova in Italia oltre un terzo degli oltre 8,2 milioni di individui inattivi dell’Unione Europea.
 Nel caso delle donne la percentuale di inattività supera il 16,6% e raggiunge il 30% nella fascia giovanile tra 15 e 24 anni. Uno spaccato preoccupante di questa crisi del lavoro è rappresentato poi dalla colossale massa di ore di cassa integrazione. Dal 2008 sono andati in cassa integrazione 500mila lavoratori per un totale, fra straordinaria e ordinaria, di 3 miliardi e 300 milioni di ore, con una perdita di salario di 11,4 miliardi di euro, un vero e proprio prelievo forzato sul reddito.
 È dunque evidente che il mercato del lavoro italiano appare in prolungato affanno e, di conseguenza, i consumi interni conoscono una forte contrazione, paralizzando ogni ipotesi di reale ripresa. In questa ottica, un indicatore di malessere decisamente più preoccupante rispetto al quadro europeo è costituito anche dal numero degli sfratti per morosità che sono aumentati tra il 2001 e il 2010 del 109%, un vero record negativo su scala continentale.
 Sempre sul versante dei confronti europei, l’Italia ha dovuto sottostare in 3 anni e mezzo a ben sette manovre correttive dei conti pubblici che si sono tradotte in tagli per circa 130 miliardi di euro, un salasso molto più pesante di quello conosciuto da altre economie. Più in generale, se si considerano le stime di crescita del Pil, l’Italia si colloca in coda alla classifica del Vecchio Continente con un pericolante 0,5% nel 2011 e un flebile 0,1% nel 2012, a fronte di una media di Eurolandia dell’1,5 e dello 0,5%.
 Pesano inoltre i costi del credito che sono assai più alti della media europea e in costante ascesa; nel 2010 per un milione preso a prestito si pagavano 28.500 euro, agli inizi di novembre del 2011 quasi 55mila, con il rischio di arrivare a 75mila anche sulla spinta della lievitazione degli spread. Le banche italiane figurano parimenti tra quelle più penalizzate dai nuovi parametri stabiliti dalla neonata autorità di vigilanza europea, che ha imposto dolorosi requisiti di patrimonializzazione tanto da indurre Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa San Paolo, a ventilare il rischio di acquisizioni degli istituti italiani da parte di operatori esteri.
 Il debito pubblico è certamente il primo dei problemi che il governo Monti deve affrontare, ma la sfiducia nei confronti del nostro paese ha, purtroppo, molteplici cause che mettono ansia a chi deve comprare i Btp e i Bot italiani, necessari per tenere insieme la spesa pubblica. In questo senso, il governo del presidente dovrebbe essere davvero il governo di tutti perché avrà il compito di fronteggiare il declino di un sistema-paese nel suo insieme.


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