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Di Rocca: «Tutti fermi durante l'estate» - Il Tirreno Livorno

 


Il segretario del Pd chiede una pausa a Bellabarba e ai comitati anti-discarica
 
 
 
 
JUNA GOTI
 LIVORNO. «Mi appello ai manifestanti e alla società perché si prendano tutti una pausa estiva: il comitato fermi la protesta, Bellabarba stoppi i lavori per dare modo alla magistratura di portare avanti serenamente le indagini». È diplomatico il segretario del Pd, Filippo Di Rocca.
 Ma il messaggio è chiarissimo: fermare tutto fino a quando non sarà chiaro se la trasformazione dell’ex cava del monte La Poggia in una discarica di rifiuti speciali, inerti, a basso contenuto organico, è stata autorizzata nel modo corretto.
 La Procura ha notificato cinque avvisi di garanzia a Gianfranco Chetoni (dirigente del Comune), Reginaldo Serra e Andrea Rafanelli (dirigenti della Provincia), Antonio Rafanelli (geologo, progettista e direttore dei lavori), Federico Bellabarba (responsabile legale della società che chiesto le autorizzazioni). I dirigenti sono indagati per abuso d’ufficio, gli altri per abuso edilizio (stamani anche Paolo Bellabarba sarà sentito nell’ambito di un filone parallelo dell’inchiesta, per la costruzione di alcuni gabbioni in pietra lungo il versante del monte).
 «Le indagini - interviene il segretario del Pd, che nella vita fa l’avvocato - ci dicono che la Procura ha dei dubbi e trattandosi di una discarica bisogna riflettere bene. Chiedo a chi protesta e a chi lavora di prendere una pausa estiva e aspettare che le indagini vadano avanti».
 Di Rocca chiede tempo per le indagini e per le amministrazioni «perché trovino una soluzione concreta». Ma non vuole entrare nel merito («non sta a me, non sta al partito farlo...»). Torna, però, a parlare dello «stress test» per valutare la tenuta dell’area che la Provincia deve affidare da mesi e che, ripete oggi il presidente Giorgio Kutufà, «affideremo a giorni agli ingegneri dell’Università La Sapienza di Roma».
 «C’è un’indagine in corso - riprende Di Rocca - diamo tempo all’amministrazione provinciale di fare lo stress test e di analizzarne gli esiti. Fermarsi fino a quel momento sarebbe nell’interesse di tutti, anche di Bellabarba». Ma l’imprenditore vuole iniziare a rientrare dall’investimento il prima possibile e, salvo colpi di scena, è pronto ad aprire il sito a fine estate.
 Mentre in Provincia, tra gli esponenti della maggioranza, si respira aria di «sospensione», stamani il presidente Kutufà aprirà il consiglio proprio con una comunicazione sul Limoncino. Comunicazione dovuta, visto che tra gli indagati ci sono due dirigenti della Provincia - Andrea Rafanelli e Reginaldo Serra - già oggetto di un’indagine interna a Palazzo Granducale che si è chiusa con un richiamo scritto per il primo e nessun provvedimento per il secondo. Ma più che sulla Provincia l’indagine della Procura punta il dito sul Comune che ha rilasciato il parere di conformità urbanistica. Dopo mille rimpalli tra i Palazzi, il presidente sarebbe tentato di evidenziare nella comunicazione proprio questo punto. Come a dire: «Ci hanno tratto in errore...». Basterà?

«Ecco perché le regole sono state rispettate»
 
Conformità urbanistica, la strategia dell’avvocato Francini
 
 
 
E oggi gli indagati si avvalgono della facoltà di non rispondere
 
 LIVORNO. «Le accuse della Procura, stando a una prima lettura delle carte dispondibili, sembrano reggersi su un errore di fondo: quando si parla di non conformità urbanistica si fa riferimento a quella parte dell’articolo 34 del regolamento urbanistico che regola il ripristino delle cave dismesse: ma quella del Limoncino, quando sono state richieste le autorizzazioni per la strasformazione in discarica, era a tutti gli effetti una cava attiva». È su questa distinzione tecnica che si baserà gran parte della difesa sia del dirigente del Comune, Gianfranco Chetoni, che del rappresentante legale della società Bellabarba, Federico Bellabarba, difeso dall’avvocato Anna Francini.
 L’interrogatorio di Bellabarba è fissato per oggi, ma il legale fa sapere che «il mio assistito si avvarrà della facoltà di non rispondere in attesa di conoscere, visto il carattere tecnico delle contestazioni, gli atti che sorreggono l’imputazione».
 Imputazione che, continua l’avvocato Francini, «per quanto abbiamo potuto leggere fino a oggi, sembra viziata da un errore di fondo: quando si richiama l’articolo 34 non si tiene presente che al momento della presentazione della richiesta di autorizzazione al ripristino, quella del Limoncino non era una cava dismessa, ma un sito in attività».
 La carta che regge tutto il castello delle autorizzazioni (e delle imputazioni) è proprio il parere di conformità urbanistica rilasciato il 9 ottobre del 2008 dal dirigente del Comune, Gianfranco Chetoni. Parere che secondo la Procura è «in aperta violazione delle prescrizioni contenute nell’articolo 34 delle norme tecniche di attuazione del regolamento urbanistico». Al centro di tutto c’è l’interpretazione dell’articolo 34 e di ciò che si può fare in caso di «rinaturalizzazione». Nell’avviso di garanzia inviato ai cinque indagati si legge che «il regolamento urbanistico consente, nelle cave, solo interventi finalizzati alla riduzione dell’inquinamento, del rischio idraulico e del dissesto idrogeologico». La difesa sostiene che «questo paragrafo è riferito alle cave dismesse, diverso è quando si parla di cave attive».
«Per questo - chiude Francini, che comunque si riserva di leggere tutti gli atti - l’indagato viene chiamato in causa errando».
J.G.

Anche il consigliere provinciale Campioni lavora per la società: potrebbe lasciare Palazzo Granducale
 
Imbarazzi nel Pd, tra contrari e consulenti
 
 
 
 
 LIVORNO. Da una parte c’è chi siede tra i banchi del Pd provinciale (come Valerio Campioni) e fa il consulente per la società Bellabarba, dall’altra chi rappresenta il Pd versione comunale e scrive lettere in difesa del comitato (vedi Adriano Tramonti).
 Poi c’è anche chi, come Simone Bartoli (ex assessore e dirigente del Pd) ha lasciato gli incarichi di partito per curare l’immagine della società che sta realizzando la discarica. E in via Donnini - quartier generale democratico - cresce la confusione, mista a qualche imbarazzo. Campioni, consigliere provinciale proveniente dal mondo di Legambiente, fino allo scorso anno ha presieduto anche la commissione ambiente di Palazzo Granducale. Poi si è dimesso lasciando il posto in commissione al collega del Pd, Elis Bufalini, mentre Andrea Bogi (Idv) è diventato presidente. Stando ad alcune indiscrezioni sarebbe stato proprio Bufalini a chiedergli di lasciare la commissione quando il tema Limoncino si è fatto scottante. Ma Campioni smentisce: «Le dimissioni sono state una mia scelta. Non ho partecipato a commissioni, consigli o discussioni all’interno del partito su questo tema. Non ho partecipato all’iter per l’autorizzazione e, comunque, ho iniziato la consulenza per Bellabarba nel febbraio del 2010, quando l’atto era già stato rilasciato». Campioni parla di clima da «caccia alle streghe» e non nasconde di pensare alle dimissioni dal consiglio provinciale: «Ma da tempo, per l’accumularsi di impegni lavorativi, non certo per questa vicenda». Il segretario del Pd, Filippo Di Rocca, interviene sottolineando che «Valerio non ha mai compiuto atti istituzionali o politici che avessero a che fare con la discarica. Non ha mai partecipato neppure a discussioni interne. Se le cose stanno così non vedo perché dovrebbe dimettersi. Sarebbe come se ai lavoratori di qualunque altro settore fosse impedito di fare attività politica».

L’INTERVENTO
 
Blocchiamo il conferimento
 
 
 
 
ANDREA ROMANO (IDV)
Sono sempre più fiero di aver firmato subito la petizione popolare contro la discarica. Ci siamo sforzati di trovare una linea di maggioranza che potesse soddisfare tutti, una soluzione che porti altrove (zone industriali o comunque non prossime a parchi e abitazioni) le schifezze previste dall’autorizzazione, come fanghi e ceneri di inceneritori, senza compromettere il futuro dei lavoratori. Dopo la pubblicazione delle accuse della Procura sulla legittimità dell’autorizzazione, occorre essere garantisti non solo con gli indagati, ma anche con i cittadini. Perciò le istituzioni devono fare l’impossibile per evitare che i rifiuti vengano introdotti nella cava mentre è in corso un’inchiesta così pesante. Insozzare tutto per poi rischiare di scoprire che non si poteva fare sarebbe una beffa insopportabile! Diciamo basta anche alla strumentalizzazione, di associazioni di categoria e sindacati, delle legittime preoccupazioni dei lavoratori: metterli contro il resto della cittadinanza sarebbe vergognoso e irresponsabile. Il futuro di un’azienda non si garantisce devastando il territorio. Mettiamo nero su bianco quali sono i problemi e sediamoci al tavolo.


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