Confindustria Livorno Massa Carrara
News
Formazione
Login
Esci

La Fabbrica nel cuore della Città - Il Tirreno Livorno

 

 
Cantiere story dagli Orlando alla coop: fra l’incrociatore sovietico e i superyacht  
 
 
 
Nel dopoguerra la colletta per ricostruire lo scalo Morosini  
 
LUCIANO DE MAJO  


 LIVORNO. Di indissolubile c’era il rapporto fra la fabbrica e la città, la gente comune. Anche perché bastava la parola: Cantiere.
 Improvvisamente si percepiva che non c’era famiglia livornese che non avesse incrociato la sua storia con quella dello stabilimento-simbolo della città.
 Dagli Orlando, siciliani garibaldini, che di fatto dettero il via all’industria cittadina col loro sbarco a Livorno, agli anni del fascismo nei quali i sovversivi erano controllati ma pur sempre tollerati in fabbrica, per garantire la presenza di operai qualificati, in grado di costruire navi efficienti, al dopoguerra denso di battaglie per l’occupazione, fino all’esperienza cooperativa durata cinque anni dopo la decisione dello Stato di ritirarsi da Livorno. La storia del Cantiere Orlando è tante storie insieme, è un intrecciarsi di fatti, di luoghi, di persone e di idee.
 L’aspetto più suggestivo, quello che ancora oggi è capace di colpire la fantasia e l’immaginazione, si tocca forse nei modelli delle navi realizzate agli inizi del ’900. C’era di tutto: ferry-boat come il “Villa”, che imbarcava il treno per collegare Sicilia e Calabria, oppure yacht di super-lusso come il “Flying Cloud” costruito per il duca di Westminster, una dimora galleggiante sontuosa per gli anni ’20. Ma attenzione alle produzioni militari, che se da un lato rappresentarono il nerbo dell’attività del Cantiere Orlando all’inizio della sua avventura proprio per dotare il neonato Stato unitario di una flotta adeguata, tornarono in auge nel periodo fra le due guerre. Ne aveva un disperato bisogno l’Italia fascista smaniosa di conquistarsi un posto al sole, eppure nessuno ha mai dimenticato l’epopea del “Tashkent”, incrociatore veloce che il Cantiere realizzò per la Marina militare sovietica. La leggenda narra che gli operai livornesi ci misero l’anima nel costruirlo. E in effetti l’unità arrivò alla velocità di 44 nodi in prova.
 Il muro che divideva la fabbrica dalla piazza Mazzini, in realtà, era solo immaginario. Perché dopo le distruzioni belliche, i livornesi promossero addirittura una sottoscrizione perché lo scalo Morosini, lo scivolo gigante su cui prendevano corpo le grandi navi, fosse ricostruito non dopo, ma insieme alle loro case. «Cemento per lo scalo Morosini», scrissero i giornali dell’epoca. E fu festa grande quando, alla fine, la decisione presa fu proprio quella: il “Morosini” rinacque per essere poi abbandonato negli anni ’60, quando la proprietà della fabbrica, ormai ampiamente nelle mani delle partecipazioni statali, ne decise un drastico ridimensionamento della capacità produttiva. L’accordo raggiunto a Roma - era il 1962 - portò alla creazione della Cmf di Guasticce, dove venne dirottata parte della manodopera del Cantiere.
 Non è azzardato dire che il resto è storia di oggi, o quasi: la decisione di Fincantieri di disfarsi della fabbrica a metà degli anni ’90, la nascita di una cooperativa che non aveva precedenti nel settore delle produzioni e delle riparazioni navali, la cui avventura è terminata con una grave crisi sulla cui genesi e responsabilità la città non si è mai interrogata in modo approfondito. Oggi, dove una volta sorgeva il Cantiere di San Rocco, campeggia l’insegna di Azimut Benetti. Non più gasiere o traghetti, ma yacht di lusso. I tanti “Flying Cloud” del terzo millennio.
 
FINO A SABATO  
 
Foto, strumenti, dipinti alla circoscrizione 2  
 
 
 LIVORNO. Migliaia di foto, manoscritti, vecchi strumenti di lavoro, dipinti. Ecco ciò che, da oggi a sabato mattina, i visitatori potranno trovare nella sala mo-
stre della Circoscrizione 2 (scali Finocchietti), dove oggi ore 17 si aprirà la mostra “Il Cantiere, pa-
trimonio indissolubile per la città”.


 L’iniziativa è stata voluta dalla Rsu del Cantiere Azimut Benetti. Curata da Maurizio Pracchia e Carme-
lo Triglia, che fanno parte della rappresentanza sinda-
cale di Azimut, questa espo-
sizione, più che nel passato, è un tuffo nella storia della città. Storia industriale, ma anche sociale e politica.
 Il Comune ha concesso il patrocinio alla mostra, che non a caso si inserisce nei festeggiamenti per il 150º anniversario dell’Unità d’Italia. La famiglia Orlando, che nel 1866 fondò il Cantiere navale a Livorno, partecipò attivamente ai moti risorgimentali. I quattro fratelli Luigi, Salvatore, Giuseppe e Paolo furono amici personali di Garibaldi. All’inaugurazione di oggi parteciperanno il presidente della Provincia Giorgio Kutufà, l’assessore alle culture del Comune Mario Tredici e il presidente del Comitato livornese per la promozione dei valori risorgimentali Fabio Bertini. Ha assicurato la sua presenza anche Paolo Orlando, della sesta generazione della famiglia Orlando, amministratore delegato della società Kme-Italy. La mostra sarà visitabile anche domani dalle 17 e sabato mattina dalle 9 alle 12,30.
 L’esposizione contiene diverse tipologie di oggetti: arnesi e attrezzi (tra vecchie pinze, chiavi, ampolle, maschere e morsetti per un totale di 75 pezzi); strumenti di misura (in tutto 16 strumenti tra voltmetri, manometri, densitometri e misuratori ottici) e poi oggettistica varia (12 pezzi tra cui un lettino in ferro per salvataggio aereo, un vecchio panchetto per spogliatoio e il terminale della punta della cancellata in ghisa del bacino piccolo risalente al 1872). Sistemate in raccoglitori, ci saranno quasi 8mila foto, che raffigurano navi in costruzione e in riparazione con particolari dei lavori, quindi 23 dipinti con vedute aree del cantiere e della città e cerimonie del varo delle navi appartenenti a colle-
zioni private. Non manche-
ranno registri manoscritti con documenti e elenchi dei dipendenti. Saranno esposti anche due modellini di navi concessi dal Gruppo modellistico livornese e alcune opere dell’artista livornese Marc Sardelli.
 
Il luogo-chiave era la mensa: pranzi, assemblee, varo di navi  
 
E gli operai costruirono da soli un carroarmato in tre giorni  
 
 
 
Da qui sono usciti leader come Landini, Paci e Manetti  
 
LU.DEM.  

 Erano gli anni duri del dopoguerra: distruzione, miseria, fame. Eppure gli operai del Cantiere si dilettavano perfino nel cercare di risolvere problemi di matematica. Chi glieli proponeva era “Il Martello”, giornale nato come organo della cellula comunista e poi divenuto giornale della fabbrica. Protagonista indiscusso di quella pubblicazione era il poeta operaio Urano Sarti, detto “Pappa”, anima del “Martello” e autore di testi letterari di notevole livello, fra cui il romanzo “Livorno città aperta”, scritto in vernacolo.
 L’ora x. Fra i lavoratori c’era chi sognava l’insurrezione armata, la presa del potere. Tanto che quando l’Italia fu paralizzata dall’attentato al segretario del Pci Palmiro Togliatti, nel 1948, un gruppo di operai in tre giorni realizzò un piccolo carro armato. Lo mostrarono orgogliosi a Ilio Barontini, inviato dalla direzione del partito, il quale senza scomporsi ordinò: «Bene, in tre giorni lo smontate».
 Lotta e governo. Il Cantiere, negli anni, ha dato tantissimi uomini alla politica cittadina. Sindacalisti e amministratori: figure ormai leggendarie come quella di Mario Landini, vicesindaco di Furio Diaz, poi esponenti del calibro di Sergio Manetti (segretario Cgil e poi consigliere regionale), Mario Paci e tanti altri. In prevalenza comunisti, ma in fabbrica era nutrita la presenza di socialisti e cattolici. «Prima di tutto - dicevano - viene il partito del Cantiere».
 Luoghi simbolo. Oggi non c’è più, demolita per far posto al complesso immobiliare della Porta a mare, ma la mensa dello stabilimento ha rappresentato un luogo importantissimo: lì operai e impiegati consumavano i loro pasti, ma tenevano anche le assemblee più infuocate. E spesso è stata teatro di consigli comunali straordinari, quando la crisi faceva sentire più forte i suoi morsi. I giorni belli, invece, erano quelli del varo delle navi, quando la fabbrica si riempiva di livornesi, pronti a festeggiare il frutto delle fatiche dei lavoratori.
 L’amico Alberto. Mons. Alberto Ablondi ha un posto particolare nel cuore dei “cantieristi”. Sempre presente, a fianco delle loro battaglie, spesso è stato ospite della fabbrica, accolto come un amico speciale, capace di ascoltare e parlare agli operai. Semplicemente, come il vescovo Alberto.


Argomenti
Condividi

Altri articoli di Formazione

News Correlate

Scopri anche...

Aziende che si occupano di

Lavoro Previdenza

    

Network di Sistema

Ance Massa
Disponibile su:
UP