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Matteoli contro la dinastia Piccini: spunta l'ipotesi del manager internazionale - Il Tirreno Attaulità lunedì 13 dicembre

 

La guerra del porto sveglia Livorno  
 
 
Il ministro entra a gamba tesa su equilibri consolidati e fa arrabbiare il sindaco. E il nuovo ospedale cambia il tessuto urbanistico  
 
MARIO LANCISI E CRISTIANO MEONI  

 LIVORNO. Tutto in dieci giorni. Prima il via libera alla costruzione del nuovo ospedale, poi il no del ministro Altero Matteoli alla riconferma di Roberto Piccini alla presidenza dell’Autorità portuale. Due eventi che possono incidere in profondità su una Livorno addormentata e spenta. Eventi destinati a cambiare il tessuto urbanistico della città quanto gli equilibri di potere.
 L’ospedale richiederà anni ma intanto cambia le prospettive di sviluppo edilizio, frena le ambizioni del mondo immobiliare che guardava con favore a un ulteriore espansione oltre la Variante Aurelia.
 Più immediato è il terremoto sulle banchine e promette davvero di scompaginare vent’anni di equilibri consolidati. Il ministro Matteoli ha infatti bocciato la terna di nomi proposta dai comuni di Livorno e di Capraia: oltre a Piccini, il presidente della Camera di commercio Roberto Nardi e l’assessore provinciale ai trasporti Piero Nocchi, ex segretario della Cgil. «Una prepotenza, una profonda ingiustizia», ha tuonato il presidente uscente annunciando il suo ricorso al Tar, mentre il sindaco Cosimi, suo principale sponsor, ha annunciato che si appellerà al Consiglio di Stato. «Se Cosimi s’azzarda a fare ricorso nominerò all’istante il commissario. Sono cinquant’anni che la famiglia Piccini governa il porto. Se come ministro chiedo un cambiamento sarà forse lesa maestà?», ha tuonato ieri il ministro Matteoli.
 Ora si apre una partita a scacchi dall’esito incertissimo. Piccini scade il 18 gennaio e senza un accordo il 17 Matteoli è obbligato a nominare un commissario. Se Livorno vuole evitarlo, entro il 7 gennaio deve stilare una nuova terna, d’intesa anche con la Regione, e con dentro un nome che sia gradito al ministro.
 Da una parte le istituzioni livornesi insistono su Piccini, però dall’altra si cautelano con un piano B che, secondo alcuni, è già diventato il piano A: la candidatura di un manager di valore internazionale, in grado di rilanciare il porto. Una scelta che affascina, a Firenze come a Livorno, ma che può anche rappresentare un salto nel buio.
 Una variabile è rappresentata dalla possibile crisi di governo. Finché Matteoli resta al suo posto, infatti, Piccini non ha chance: pare che gliela abbia giurata dopo che il presidente del porto, pochi mesi dopo il suo insediamento, quando al governo c’era Prodi, inviò un lungo esposto alla magistratura sul dissesto della società Porto 2000 - che si occupava di crociere - nel quale era menzionato anche Matteoli.
 L’eventuale arrivo di un manager di valore internazionale al posto di Piccini rappresenta una svolta storica per il porto di Livorno, che nel 2009 ha fatto circa 580mila teus, più o meno la stessa cifra degli anni Ottanta quando era il primo porto contenitori del Mediterraneo. Un porto segnato fortemente dalla storia familiare dei Piccini. Italo, il padre di Roberto, deceduto il 20 marzo scorso, è stato per 23 anni il capo indiscusso della Compagnia dei portuali, incarico poi lasciato al figlio.
 «E certo, se salta Piccini, salta tutto» confessa, preoccupato, un noto operatore portuale. Perché, venendo dal porto di Livorno, e dal suo cuore - la Compagnia portuali - in questi quattro anni Piccini ha saputo interpretarne gli umori, mantenerne gli equilibri, correggere senza stravolgere, provare a cambiare senza rompere. Garantendo, a giorni alterni, anzitutto la Compagnia portuali - perché la storia personale non si cancella - ma anche le imprese dell’amico confindustriale Federico Barbera, Azimut Benetti, senza dimenticare i riparatori navali che gli contendono i bacini di carenaggio, e poi le grandi famiglie del porto (Neri, D’Alesio), che mantengono con lui eccellenti rapporti. Eccezion fatta per i Fremura. Che infatti, quale candidato per la Port Authority, gli hanno preferito il presidente della Camera di Commercio Nardi.
 Un equilibrio, quello assicurato da Piccini, che l’avvento di un manager esterno potrebbe far saltare rimettendo in gioco nuovi imprenditori. Anche se una vecchia volpe della portualità come Nereo Marcucci, ex presidente dell’Autorità portuale, spiega che in un porto «sono le merci che decidono le partite» e non nasconde le ragioni che hanno portato Contiship, di cui è amministratore delegato, a lasciare il porto (era in società con la Compagnia portuali) e il mega progetto di Darsena Europa (oltre 600 milioni di investimento, che dovrebbe consentire l’approdo di navi più grandi di quelle che attualmente possono attraccare): «Siamo usciti perché da anni registravamo una forte ostilità nei nostri confronti, che i nostri soci non potevano più sopportare», racconta Marcucci.
 L’eventuale arrivo di un manager internazionale viene visto, dall’imprenditore Walfredo Zolesi al presidente della Provincia Giorgio Kutufà come una possibile «scossa» a un’economia in crisi: «A Livorno manca la mentalità del mercato. Qualche energia esterna può favorire la competitività di un sistema bloccato», ragiona Kutufà.
 E sulla scossa hanno puntato sia Rossi che il sindaco Cosimi con la costruzione del nuovo ospedale (oltre 266 milioni di investimento), avversato da una parte di popolazione: al referendum l’affluenza si è fermata al 20%, indice di un disagio, ma anche del fatto che la gran parte dei livornesi ha accettato la sfida del nuovo in una città ferma e in regressione economica. La città delle tre P, come è stata ribattezzata: pubblico impiego (Folgore e Accademia navale), pensioni (sono 86.207 su una popolazione di circa 160 mila abitanti) e porto.
 I dati della crisi sono eloquenti: il Pil procapite è pari a 27.704 euro contro i 28.720 della Toscana. Il tasso di occupazione vede Livorno all’ultimo posto della classifica regionale. L’iscrizione alle liste di mobilità è aumentato del 84,5%. La cassa integrazione straordinaria impazza (più 42%).
 Dati che forniscono la foto di una città di cassintegrati e di precari del lavoro e che riflettono la crisi del modello di sviluppo incentrato su due grandi assi: il porto e l’industria automobilistica, in mano a multinazionali svincolate dal territorio, che possono delocalizzare o licenziare.
 Ci sono sì scommesse virtuose, vincenti come quelle di Rossignolo e Vitelli (auto e nautica) ma l’antico modello di sviluppo non è stato sostituito da uno nuovo della medesima entità economica. «Il problema della città è quello di cambiare pelle senza coccolarsi troppo», conclude Cosimi.
 
Ancora molto influenti le famiglie tradizionali: Fremura, D’Alesio, Neri  
 
Zolesi, l’imprenditore degli astronauti  
 
 
 
 
 

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 LIVORNO. La nomenklatura labronica è molto legata al mondo del porto. Dove l’eventuale uscita di scena di una figura storica come Roberto Piccini potrebbe favorire l’ascesa di imprenditori finora in ombra come Antonio Maneschi (anche se i suoi interessi sono soprattutto fuori Livorno) o rilanciare la famiglia Fremura (dove spicca l’intraprendente Silvio Fremura, 31 anni), non in buoni rapporti con Piccini. Resta forte il potere delle famiglie tradizionali, come quelle dell’armatore Nello D’Alesio e di Piero Neri, monopolista dei rimorchiatori in porto.
 In difficoltà la Compagnia dei portuali, guidata da Enzo Raugei, 420 dipendenti e un bilancio che nel 2010 si chiuderà con «qualche sofferenza». In ascesa Angelo Roma, amministratore delegato di Toremar.
 Nella nautica da segnalare la presenza di Azimut con il suo patron Paolo Vitelli. Una scommessa imprenditoriale significativa è quella di Gian Mario Rossignolo, che ha rilevato la casa automobilistica De Tomaso, riassorbendo così i 157 ex operai della Delphi. Sempre nel campo imprenditoriale sugli scudi Walfredo Zolesi, creatore e titolare della Kayser Italia, un’impresa industriale hi-tech che è tra le poche in Europa a figurare tra i collaboratori della Nasa.
 Sicuramente in ascesa è il direttore dell’Asl Monica Calamai, dopo il superamento dello scoglio referendum per la costruzione del nuovo ospedale (266 milioni di investimenti e 400 posti letto) mentre rimane stabile il potere immobiliare di Rodolfo Cagliata, che guida il settore del cemento e degli immobili, molto forte anche a Livorno.
 E la politica? Il sì al nuovo ospedale rafforza la leadership del sindaco Alessandro Cosimi mentre l’opposizione è presidiata da Marco Taradash e da Marcella Amadio, che ha respinto le lusinghe dei finiani ed è rimasta nel Pdl. Tra gli emergenti si segnala il neo segretario provinciale del Pd Filippo Di Rocca, e il ritorno forte sulla scena dell’ex onorevole Marida Bolognesi. Ma la presa sul partito non l’ha mollata neanche l’ex segretario Marco Ruggeri ora consigliere regionale.
 Nel mondo religioso sono apprezzati il dinamismo del vescovo mons. Simone Giusti e le posizioni di frontiera di un prete come don Paolo Razzauti. A Livorno è forte storicamente la comunità ebraica, guidata dal rabbino Samuel Zarrug.
 Anche se a Livorno ci sta poco, molto viva è l’influenza del regista Paolo Virzì. Poiché il calcio è una passione molto sentita, il presidente degli amaranto Aldo Spinelli è punto di riferimento. Nel bene e nel male (a seconda dei risultati). Nel resto della Toscana di Livorno - oltre ai film di Virzì - è seguita la satira del Vernacoliere, diretto da Mario Cardinali, fucina di comici e disegnatori. (M.L.)


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